Archive for marzo, 2012


L’immensa differenza che c’è tra il tipico saluto orientale e quello italiano (e ormai quasi europeo): il primo significa “vedo, riconosco la divinità ch è in te”, ed il secondo “schiavo” (che poi è come dire: sono il tuo schiavo, il tuo servo).

 

Etimologia di Namastè: da Wikipedia (http://it.wikipedia.org/wiki/Namast%C3%A9)
“La parola namaste letteralmente significa “mi inchino a te”, e deriva dal sanscrito: namas (inchinarsi, salutare con reverenza) e te (a te). A questa parola è però implicitamente associata una valenza spirituale, per cui essa può forse essere tradotta in modo più completo come saluto (mi inchino a) le qualità divine che sono in te. Unita al gesto di unire le mani e chinare il capo, potrebbe essere resa con: le qualità divine che sono in me si inchinano alle qualità divine che sono in te, o anche, meno sinteticamente, unisco il mio corpo e la mente, concentrandomi sul mio potenziale divino, e mi inchino allo stesso potenziale che è in te. In sostanza, dunque, il significato ultimo del saluto è quello di riconoscere la sacralità di ognuno di noi. Oltre a essere un saluto buddhista, è anche indù, che vuol dire mi inchino alla luce del dio che c’è in te.”

Etimologia di Ciao: da Wikipedia (http://it.wikipedia.org/wiki/Ciao)
“Trae la sua origine dalla parola della lingua veneta e più specificatamente veneziana “sciavo” che ha il significato di “schiavo”,[1] derivando dal neolatino “sclavus”, che indica persone di etnia slava frequentemente usate proprio come schiavi nell’intero mondo mediterraneo, venduti spesso dalle stesse famiglie ai mercanti veneziani o arabi. Venivano “importati” nella Spagna musulmana, Egitto, Asia minore e in occidente (in quest’ultimo caso solo quelli non cattolici) passando per Venezia.
Salutare con un ciao corrisponderebbe quindi a “Servo Vostro”, formula di saluto oramai desueta (cfr. l’analogo saluto “servus”, diffuso in Austria e Baviera). Questo saluto era usato senza distinzione di classe sociale.”

Intenzione: dal lat. intenzionem, da Intentus part.pass di Intendere: tendere, volgere a un dato termine o fine.

L’intenzione è qualcosa di più del semplice “volere” qualcosa. E’ una energia che sta dietro il volere. Se la volontà è il timone della nave-uomo, l’intenzione è il vento gonfia la vela.
Mi è sempre rimasto impresso il modo di dire che “le cose di una volta erano fatte meglio”, ed è vero secondo me, perchè erano fatte per lo scopo a cui servivano. Lasciando un attimo da parte ogni discorso sull’obsolescenza programmata (almeno quella volontaria), gli oggetti, dai più semplici ai più complessi, duravano di più un tempo. Perchè questo? Io credo che si possa parlare, tra l’altro, anche del potere dell’intenzione. Le case erano fatte per proteggere dal freddo e dagli altri agenti atmosferici, mentre adesso vengono fatte per essere vendute. Che sia forse questo il motivo per cui non c’è casa nuova costruita con materiali d’avanguardia che riesca a mantenere il fresco d’estate e il caldo d’inverno come un vecchio rustico di campagna? Credo che oltre, alle piccole e grandi scelte che si possono fare nella costruzione di qualcosa, in modo consapevole e in modo inconsapevole, si imprima, in ciò che costruiamo, un intento. E così, una casa vecchia ha una migliore “tenuta termica” di una nuova, un piumone o una giacca irlandesi tengono più caldo di quelli italiani (perchè fatta per reggere i climi irlandesi), un film fatto con ispirazione (quindi con l’intento di fare un’opera ispirata, com’era sempre in antichità) trasmette qualcosa in più di uno fatto per fare il “tutto esaurito”. Dovremmo diventare più consapevoli di ciò che ci trasmette ogni singola cosa di cui è composto il mondo che ci circonda. Conoscere la storia degli oggetti ci fa capire anche con quale intento sono stati costruiti, e ci permette di distinguere ciò che percepiamo derivare da quall’oggetto.

Etichetta: sp. etiqueta. fr. etiquette. fr.ant. estiquette. dal lat. estaqua che proviene dal germanico cosa confitta, appiccicata.

L’etichetta è qualcosa che ti resta appiccicato.
Hai fatto un commento su qualcuno? Qualcuno ti giudica come invidioso e rimani così etichettato per tutta la vita. Hai avuto una fase della vita in cui non hai avuto voglia di lavorare e sei stato etichettato come un fannullone? Quell’etichetta ti rimarrà appiccicata per tutta la vita. Hai ucciso qualcuno? Per tutti rimarrai sempre un assassino.
Nella mente delle persone l’essenza della tua persona verrà riassunta con una semplice parola che riassumerà il tuo errore anzichè ciò che sei realmente.
E’ difficile scrollarsi di dosso il giudizio delle persone ancora legato ad una mentalità quasi medioevale dove si “etichettava” una persona in base ad una “particolarità” che poteva essere fisica o professionale. Una mentalità che si può riscontrare fino a non molto tempo fa, basti pensare ai nostri nonni; se non alla nostra generazione addirittura.
E pensare che tutto ciò è causato del semplice funzionamento di una normale mente razionale che tende ad inquadrare e semplificare per meglio comprendere. Nel bene e nel male.
Ma come si può pretendere di rimettere in libertà una persona che ha ucciso, sebbene pentita, se questa non potrà mai nemmeno avere una parvenza di vita normale se quell’etichetta non è su di lui, ma negli occhi di chi lo guarda? Lo stesso vale per il miglioramento personale che comporta quindi il superamento di un qualsiasi difetto come può essere l’invidia o l’ingordigia, o quant’altro.
Questo è il vero “giudizio” che intendono tutti gli insegnamenti del mondo quando dicono: “non giudicare”. Quello che intendono, in realtà, è non condannare.
La parola “giudizio” viene spesso fraintesa perchè di significato ambiguo. Si dice dare un “giudizio”, per dare un opinione, ma anche per qualcosa di più sgradito. Ed ecco la confusione.

Si possono smembrare i significati del termine giudizio, usando dei sinonimi più specifici, per smettere di usarlo, dicendo: dare un’opinione quando è un “giudizio” neutro. Una constatazione oggettiva. Oppure condannare, quando il “giudizio” è irrimediabilmente positivo o negativo perchè si condanna quella persona ad essere qualcosa che non è.

Qualche anno fa mi hanno regalato un bel quaderno tutto rilegato in uno stile particolare, che ho pensato di utilizzare in modo altrettanto particolare, e,tra le varie cose che ci ho messo dentro, avevo deciso di riempire una pagina di parole positive. Solo parole, una dietro l’altra, tutte attaccate. In modo che potessero trasmettere ua bella energia. Ho iniziato a pensare a tutte le parole positive che mi poteessero venire in mente e, a fatica, avrò riempito forse un quinto della pagina! Erano scritte piccole e tutte attaccate, certo, ma questo non è comunque da considerarsi normale. O almeno non secondo me. Ora sto cercando di fare la stessa cosa con uno sfondo per il cellulare, e me ne sono venute in mente dieci! O_O Mio Dio… quanto siamo plagiati! Siamo talmente abituati ad assorbire, ripetere e riflettere negatività che non siamo nemmeno in grado di riempire una pagina di belle parole! [e quì, forse, la logica dovrebbe suggerirmi che l’essere passato da un quinto di pagina a dieci parole potrebbe significare che sono peggiorato… mhmm… dai, per stavolta la ignoriamo, la logica.]

“Un uomo è ciò che sogna” dicevano i Nativi Americani… e noi stiamo vivendo i nostri incubi.

 

 

 
La mia istantaneità è mercuriale,
Sono il mio strumento di divinazione.
Non necessito d'altro.
Allora perchè sento il bisogno di cercare ancora?
Perchè non mi sento completo?
La Mente sa che sono completo ma separa.
E' tutto perfettamente uno specchio di ciò che sono 
e vedo me stesso mentre scrivo queste righe perche io sono.
Io sono. Io sono. Io sono.

 


Io ho creato te

tu

che ricevi la mia Parola

in questo momento

Io ho disegnato il tuo viso

aldilà del tempo

Io ho immaginato le circostanze della tua vita

mai qualcosa è stata casuale in essa

niente lo è né lo sarà

tutto ha un proposito perfetto

la mia Mano partecipa in ogni situazione

 

      – da Il libro di Dio Amore di Enrique Barrios