L’immensa differenza che c’è tra il tipico saluto orientale e quello italiano (e ormai quasi europeo): il primo significa “vedo, riconosco la divinità ch è in te”, ed il secondo “schiavo” (che poi è come dire: sono il tuo schiavo, il tuo servo).

 

Etimologia di Namastè: da Wikipedia (http://it.wikipedia.org/wiki/Namast%C3%A9)
“La parola namaste letteralmente significa “mi inchino a te”, e deriva dal sanscrito: namas (inchinarsi, salutare con reverenza) e te (a te). A questa parola è però implicitamente associata una valenza spirituale, per cui essa può forse essere tradotta in modo più completo come saluto (mi inchino a) le qualità divine che sono in te. Unita al gesto di unire le mani e chinare il capo, potrebbe essere resa con: le qualità divine che sono in me si inchinano alle qualità divine che sono in te, o anche, meno sinteticamente, unisco il mio corpo e la mente, concentrandomi sul mio potenziale divino, e mi inchino allo stesso potenziale che è in te. In sostanza, dunque, il significato ultimo del saluto è quello di riconoscere la sacralità di ognuno di noi. Oltre a essere un saluto buddhista, è anche indù, che vuol dire mi inchino alla luce del dio che c’è in te.”

Etimologia di Ciao: da Wikipedia (http://it.wikipedia.org/wiki/Ciao)
“Trae la sua origine dalla parola della lingua veneta e più specificatamente veneziana “sciavo” che ha il significato di “schiavo”,[1] derivando dal neolatino “sclavus”, che indica persone di etnia slava frequentemente usate proprio come schiavi nell’intero mondo mediterraneo, venduti spesso dalle stesse famiglie ai mercanti veneziani o arabi. Venivano “importati” nella Spagna musulmana, Egitto, Asia minore e in occidente (in quest’ultimo caso solo quelli non cattolici) passando per Venezia.
Salutare con un ciao corrisponderebbe quindi a “Servo Vostro”, formula di saluto oramai desueta (cfr. l’analogo saluto “servus”, diffuso in Austria e Baviera). Questo saluto era usato senza distinzione di classe sociale.”

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