Ritengo che l’impulso ad aiutare il prossimo sia insito nell’essere umano, ma che crescendo ci si lasci sopraffare dalla paura, e questo impulso si sposti via via in secondo piano; se non oltre. Le prove di questo possono essere che un bambino piccolo può avere l’impulso ad aiutare anche senza che gli sia stato insegnato; e che uno dei fattori, secondo me principali, che ci bloccano nell’aiutare qualcuno è la paura di rimetterci qualcosa (in qualunque senso: soldi o altri beni materiali, dignità e considerazione, etc…)
Una questione di cui però non sento mai parlare è della maturità di questo impulso ad aiutare.
Credo che quasi tutti ci siamo portati, chi più e chi meno, una parte di questo impulso nella fase “matura” della vita, ma il modo in cui si esprime, nella maggior parte dei casi risulta essere invece mpulsivo ed immaturo.
La questione si esprime bene nella metafora del bruco che si sta trasformando in farfalla. Il momento in cui la neo-farfalla sta per uscire dal bozzolo è di fondamentale importanza poiché lo sforzo le consente in breve tempo di sviluppare la forza che sarà poi necessaria a volare. Aiutare la farfalla a uscire dal bozzolo sarebbe dunque un danno di non poco conto. Gli impedirebbe di volare per il resto della sua vita.
Ogni volta che aiutiamo qualcuno, sia che questo aiuto sia in forma di consiglio che in forma materiale, ci dovremmo chiedere se il tipo di aiuto che stiamo dando è risolutivo o un palliativo che allevia solo temporaneamente la sofferenza.
È una questione sollevata anche dall’economista africana Moyo, la quale sostiene che gli aiuti umanitari all’Africa finiscono solo per indebolirne le popolazioni creando una dipendenza dalle donazioni dell’Europa. Non è molto meglio aiutarli a rendersi autonomi? Diverse persone impegnate nel volontariato si sono accorte da tempo di questo ed hanno iniziato a muoversi in una direzione più costruttiva rispetto alla precedente, più lenitiva.
Senza andare così lontano dovremmo chiederci in quali casi noi possiamo migliorare il nostro modo di aiutare gli altri.
Sto pensando a tutte le ragazze affette da “sindrome della crocerossina”, o a chi si sente in dovere di dare un euro al poveretto per terra sul marciapiede, ripetendo tra sé e sé: a me un euro non cambia nulla. Nemmeno al “poveretto” a dire il vero. Forse cambierebbe qualcosa non darglielo. Forse se nessuno gli desse più nessuna moneta sarebbe costretto a rivoluzionare il proprio modo di sopravvivere concedendo a se stesso l’opportunità di vivere veramente invece di adagiarsi in una situazione di dipendenza.
Non sto dicendo di non fare più la carità, ovviamente, ma di pensare a quali sono le conseguenze delle nostre azioni, e quali le cause dentro di noi. Se invece di dare un euro a testa a dieci falsi poveretti che ormai hanno capito bene come ci si può mantenere facendo leva sulla pietà altrui dessimo dieci euro a una sola persona che, secondo noi, ne può fare veramente un buon uso, non sarebbe costruttivo sia per questa persona che per gli altri dieci? Nel primo caso aiutiamo la persona a risollevarsi con una cifra che può aiutare più che con un solo euro. Nel secondo aiutiamo ad estirpare la dipendenza. Ciò che sembra buono al primo impatto non è detto che lo sia anche a lungo termine.
Abbiamo una mente che ci permette di prevedere con una certa probabilità le conseguenze delle nostre azioni. Sfruttiamola perché le nostre azioni siano un aiuto veramente efficace e complessivo. Ogni nostra singola azione comporta una catena infinita di conseguenze. Aiutare non è una parola che si trasforma in azione solo quando richiesto, ma può essere sempre applicata in qualunque momento. È il principio su cui si basa anche il cosiddetto acquisto responsabile, che non si limita a soddisfare solo il proprio bisogno al momento dell’acquisto, ma portando la mente oltre il momento dell’acquisto stesso, mira a veicolare le conseguenze della nostra azione in una direzione ben precisa; una direzione che noi riteniamo importante per il benessere anche degli altri.

Il consiglio che diamo all’amico serve a farlo stare meglio in quel momento (e quindi per conseguenza diretta a far sta meglio noi solo perché non siamo abbastanza forti da vederlo soffrire)? Oppure gli tornerà utile per risolvere in modo definitivo la questione che lo abbatte?

 

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