Ho avuto modo di confrontarmi con diverse persone riguardo al cartone animato più amato del momento: Peppa Pig. Mi sono state date molte opinioni contastanti. Alcune mamme ritengono che sia diseducativo, altre, al contrario, che sia molto educativo. C’è chi dice che un’ossessione del genere da parte dei bambini non sia naturale, e non gli si può dar torto del tutto. E non manca chi fa notare che la forma della testa dei personaggi, senza occhi e bocca, ricordi l’organo sessuale maschile [in realtà a me ricorda prima di tutto un vecchio phon]. Ma qualche giorno fa, parlando con un amico mi sono reso conto che il danno più grande che “la Peppa” [come viene ormai chiamata in modo familiare da tutti] fa è quello che passa più inosservato. La Peppa insegna ai bambini la nomalità. La più mostruosa delle bugie. Li abitua all’idea che li aspetterà un futuro identico a quello vissuto dai loro genitori uccidendo in loro ogni speranza di eccezionalità. Ogni storia, raccontata, scritta sui libri, espressa attraverso opere teatrali o film, in qualunque era, sin dalla notte dei tempi, ha narrato sempre e solo l’eccezionalità. Non c’è nulla, al di fuori dell’eccezionalità che valga la pena di essere riportato e raccontato; e di certo non la normalità. Voi andreste al cinema, pagando, per vedere per un’ora e mezza il riassunto di una normale giornata di una qualsiasi persona? No, si va al cinema e si leggono i libri per continuare a sognare. Per dare una boccata di ossigeno a quel bambino che dentro di noi sta soffocando nella normalità di ogni giorno, che lo uccide lentamente. E questo, io credo, è quello che fa Peppa Pig, con le sue puntate che raccontano la normalità. Uccidono un bambino, in modo che nell’adulto che sarà non ve ne rimanga traccia.

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