Category: Alchimia


ALCHIMIA QUOTIDIANA: OGNUNO SUONA LA SUA MUSICA

Ognuno suona la sua musica.
E’ sacro il diritto di essere ciò che si è.
E’ sacro il diritto di sentirsi sereni nell’essere ciò che si è, anche quando si è fatti in un modo particolare che può risultare faticoso da sostenere per gli altri.
Se ciò accade, molto probabilmente è perché si possiedono caratteristiche meno frequenti statisticamente, nella maggioranza delle persone, e si rischia dunque di infastidire poiché si è diversi, in secondo luogo perché si proietta sugli altri la paura di non essere ‘degni, giusti, amabili’ che deriva spesso dai rimproveri e dalle critiche subiti nell’infanzia, l’inconscio tenta così di portare alla luce una nuova possibilità di liberazione. Liberarsi della paura del giudizio altrui è liberarsi dal nostro stesso giudizio.
E’ un dolore preciso quello di non sentirsi accettati per ciò che si è, ne fa una spiegazione magistrale il caro Alessandro Baccaglini in un post dal titolo ‘Le donne difficili da amare’ che consiglio di leggere per approfondimento (lo si trova sulla mia pagina facebook e anche sulla sua).
La ‘sindrome da lapidazione’ colpisce non soltanto le donne ma anche le persone più ‘deboli’ come i bambini o gli uomini più sensibili ed in generale le anime ingenue e a cuore spalancato.
Non è vero che si è arroganti per cattiveria: si diventa invece aggressivi per difesa, dopo aver ricevuto milioni di pietre addosso. Non si attacca. Non veniva nemmeno in mente l’eventualità di attaccare, ma quando il sangue inizia a colare dalla pelle e dal cuore… ci si stufa e ci si difende.
Bisogna schivarle, quelle fottute pietre.
Non bisogna rispedirle al mittente, poiché si ritorna allo stato di coscienza da vecchio testamento e legge del taglione, non ha alcun senso sobbarcarsi l’ulteriore peso del rancore verso i propri persecutori.
Ha senso invece amare i propri nemici perché rende liberi.
Amare i nostri nemici significa non portare loro rancore, schivare le pietre e soprattutto non credere ai nostri accusatori.
Non dobbiamo più credere ai nostri accusatori.
Eravamo anime sensibili ed ingenue, ci ponevamo a cuore spalancato e generoso nei confronti del mondo, eravamo troppo esuberanti ed alcune nostre caratteristiche davano fastidio poiché minavano lo status quo imperante… e allora siamo stati lapidati.
E’ ora di guarire quella ferita, di uscire dalla buca in cui siamo stati seppelliti vivi e di smettere di considerarci sbagliati così da far smettere gli accusatori di accusarci. Proprio come insegna la legge dello specchio. Iniziamo a sentirci sereni e liberi di essere come siamo, e poi l’esterno sarà costretto a reagire di conseguenza.
E’ il momento di suonare la nostra musica, senza rabbia, senza voler dimostrare nulla a nessuno, per il puro gusto di suonare
Quando diamo ascolto a chi ci vuole diversi, stiamo abdicando al ruolo di sovrani di noi stessi e ciò ci fa perdere la forza di andare avanti, il sorriso, la gioia di vivere…
Quando realizzi che puoi essere ciò che sei… è come un macigno che ti cade dal cuore istantaneamente. Una trasmutazione immediata.
Tutto ciò non significa ovviamente giustificare atteggiamenti nocivi né tantomeno assecondare la pigrizia che ci farebbe smettere di crescere, evolvere, smussare gli angoli.
Per amore della bellezza siamo chiamati a raffinarci: da diamanti grezzi diveniamo via via sempre più brillanti.
Ma senza snaturarci mai: ogni diamante ha il suo personalissimo timbro sonoro, la sua sfumatura di colore e la sua energia.
Se permettiamo che il giudizio altrui soffochi la nostra unicità e la nostra individualità stiamo commettendo un crimine verso l’umanità. Non dobbiamo accontentare nessuno.
Accade che il giudizio altrui ci soffochi, soprattutto se esso deriva da persone che stimiamo e il cui parere ha un grosso peso per noi.
Spesso accade anche tra fratelli di cammino: professiamo il non-giudizio e l’apertura del cuore… e poi i fatti parlano di chiusura, critica e talvolta anche esclusione nei confronti dell’altro.
Il diritto ad avere opinioni è sacrosanto, ma ciò mai deve sfociare in aspra critica.
Ogni volta che stiamo mettendo in luce solo l’ombra di qualcuno e lo facciamo con sentimento di rifiuto, lo stiamo condannando.
Paradossalmente, se io dico a qualcuno che è cattivo, e magari non lo è, egli lo diventerà per difesa, per sostenere quella parola e soprattutto quella vibrazione e quell’energia con cui viene buttata addosso.
Ogni volta che in ambiente ‘risvegliato ed illuminato’ io dico a qualcuno ‘Tu non mi risuoni’ con l’energia del rifiuto e della disistima, sto gettando una pietra.
Dov’è finito il sano buon senso, dove si è smarrita la solidarietà, dove l’umano sostegno e l’accettazione del prossimo così com’è?
Queste cose semplici e preziose si respirano di più nelle piazze di paese tra i cosiddetti ‘terrestri addormentati’ che nei social o tra fratelli di Via.
Gesù diceva che ci riconosceranno da come ci amiamo gli uni gli altri.
A volte invece si arriva al parossismo del lavoro su di sé e si sopportano situazioni aberranti, immersi nella rassegnazione. Si perde il sorriso, si perde la gioia.
Amicizia, coppia, famiglia e professione diventano solo un resistere, un’osservazione fredda, un andare avanti prendendola come un ‘io lavoro su di me e sto male, ma è normale, mi hanno detto che devo accettare tutto’.
Molte delle cose che ci sono state insegnate nell’ambito del lavoro su di sé sono state utili e valide anni fa, forse, ma ora sono vecchie. O magari sono state solo fraintese, o applicate in modo accademico, senza un briciolo di piedi per terra.
Invece c’è un limite che non si può oltrepassare: la gioia.
Se voglio scappare da una situazione sgradita perché mi racconto le bugie e voglio fuggire senza lavorare su di me, faccio bene a restare e a sviluppare volontà, per esempio.
Ma se sono già una persona di volontà e sto perdendo la gioia profonda di fare ciò che faccio, basta.
Il limite è la gioia.
Sii te stesso, e suona la tua musica, costi quel che costi, o non avrai mai vissuto.

 

Tratto da:

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 La legge di Murphy è la prova tangibile del nostro continuo tentativo di auto sabotarci, e la risposta alla domanda “perché non riesco a far funzionare la le legge d’attrazione?”

Non sono un esperto di legge d’attrazione, ma sono  un osservatore interiore, e in quanto tale voglio esporvi qui quanto ho notato. Non ho risposte, ma ho da porvi degli spunti ai quali ognuno troverà le proprie riflessioni e risposte.

La legge di murhy, leggenda metropolitana o meno, esiste in modo innegabile nella testa delle persone. Si è diffusa di bocca in bocca grazie ai consensi che ha trovato tra la gente comune che, alla ricerca di una motivazione alle ingiustizie di tutti i giorni, sa spesso cogliere innegabili coincidenze, valorizzando ancora più spesso, quelle avverse, e trovando conferme nell’altrui esperienza durante un aperitivo o una cena.

La legge di Murphy dice che “se qualcosa può andar storto andrà storto sicuramente”,  beh, come dargli torto, con la sfiga che abbiamo! Ed è proprio il consenso che anche noi gli stiamo dando, donandogli la nostra energia, che ci priva della possibilità di ottenere ciò che vogliamo veramente, perché è più facile trovare la scusa della sfortuna e “che le cose vanno così, che ci vuoi fare” in un misto di solidarietà tra sfortunati piuttosto che assumersi la responsabilità di un proprio possibile fallimento. Non osare permette di non fallire, ma ci condanna ad una mediocrità che ogni giorno ci allontana dalla felicità facendoci affondare nelle sabbie mobili dell’autocommiserazione.

“Fare” è l’antidoto. “Ammettere” che, se veramente crediamo di essere noi a creare la nostra realtà, lo stiamo facendo anche quando non siamo presenti a noi stessi, e se non siamo presenti a noi stessi indovinate un po’ chi è che decide come utilizzare quell’energia? Eh già… sempre lei, la nostra coprotagonista e compagna di giochi: la macchina biologica. Ogni energia, inclusa quella della legge d’attrazione, se non viene usata dal nostro sé (cioè quando non siamo in uno stato di presenza), viene usata dalla macchina biologica che fa delle scelte basate sulla paura e sulla sopravvivenza. E osare non è propedeutico alla sopravvivenza, a meno che non ci si trovi in uno stato di emergenza; la cosiddetta situazione “di vita o di morte” (cosa che non capita spesso nella nostra società nel XXI secolo).

Il nostro tentativo di utilizzare la legge di attrazione è fallimentare, quindi, perché è come cercare di domare un cavallo le cui redini sono tenute da qualcun altro, i cui fini sono ben diversi dai nostri.

Leggere, studiare, informarsi, allenarsi rinforzando il corpo e la mente, rendere elastici i muscoli, aumentare la velocità di comprensione: sono tutte belle cose da fare, che vanno a rinforzare l’armatura che abitiamo. Ma non bisogna dimenticare di curare anche il Cavaliere che la abita; di cibarlo della bellezza, perchè alla Fine ciò che rimane non è l’armatura, che non siamo noi, ma il Cavaliere. E quel Cavaliere ha fame di bellezza.

Il veleno è l’antidoto. E’ una vecchia trama di cui, forse, qualcuno si ricorda ancora. Nelle fiabe di qualche decennio fa, e poi anche in alcuni film, questo era un tema ricorrente. La trama si svolgeva più o meno così:

Il/la protagonista veniva indotto/a con l’inganno, oppure gli/le veniva somministrato, il veleno. Iniziava così l’avventura da cui si sviluppava l’intera trama della storia, la quale si concludeva con la scoperta delle scoperte: l’antidoto al veleno non era che il veleno stesso, assunto una seconda volta.

Ma qual’era la differenza tra la prima e la seconda assunzione? La consapevolezza, che trasforma il veleno della vita in guarigione. E anche la comprensione che qualcosa deve per forza portarci nelle vicende della vita che permettono la crescita dell’essere umano.

 

 

21_02_2014

Più piccolo è l’ego, più grande è l’artista.

“When an attractive woman walks on by and she has the power to raise desire in you it’s almost like she’s taking away something from you. I don’t know what exactly, maybe a little piece of your self-esteem or your pride or your confidence or your honor or your status. And in order to get it back it’s your task to get her to have sex with you.”

Nobody ever said that to me – and they didn’t have to. Because when we started to talk about sex and women as young men it seemed to be everywhere in between the lines: When you’re attracted to somebody they take away your power and to get your power back you have to conquer them. It seemed to be what everybody was thinking without thinking about it. I guess it also works the other way around (with women desiring men), but it seems men are especially prone to this way of thinking.
Well, it’s one way to live your life. But I’ve made a conscious decision right there and then to look at it differently, simply because I liked to feel desire and I wanted to be able to enjoy desire for itself.

So this is how I try to look at it: Your desire is the main event. Of course there’s nothing wrong with satisfying your desire but if you think you can only enjoy your desire if you also can satisfy it, you’re really missing out. I don’t want to satisfy my desire to make desire go away. It’s the difference between eating to make your hunger go away (because you think hunger is unpleasant) and savoring every bit of the experience (because secretly you enjoy eating because you also enjoy being hungry). Desire makes you feel alive, desire brings you in touch with yourself, and it also reminds you that we are always in some way incomplete. It’s the human condition. For me, desire is one on of the best ways to contemplate life and fully embrace being a human being. Letting go of power can be very empowering. It’s a strange world.

01_12_2014

Alla fine, tutto ció che andiamo cercando è un senso di completezza.

“Cos’è l’Alchimia?”

È la domanda che prima o poi ogni aspirante Alchimista deve porre a se stesso.

In effetti, sull’Alchimia sono state dette molte cose, ma nessuno dà una definizione precisa ed assoluta del termine; non la si può dare. L’Alchimia va capita con lentezza.

C’è chi fa risalire il termine alla lingua araba o persiana “Al kimya”, Pietra Filosofale o Sostanza. Oppure all’egiziano “Kemet”, la Terra Nera del Nilo, o ad altre lingue.

Una cosa è certa, sicuramente non si tratta della madre della chimica. L’Alchimia è sempre stata un mistero, perfino nel periodo d’oro, ed anche in quel periodo esistevano personaggi che, prendendo alla lettera le indicazioni dei Veri Alchimisti, mescolavano metalli creando nuove leghe. Dal lavoro di questi erranti chiamati dai loro coetanei “soffiatori di carbone”, si può presupporre sia nata l’attuale chimica, in tutte le sue ramificazioni.

“Cos’è l’Alchimia?” è una domanda che ogni Vero Alchimista si pone di tanto in tanto. “Cos’è l’Alchimia oggi, per me?”
La mia risposta fissa a questa domanda è “l’Alchimia è l’arte di trasformare Se Stessi”. E la mia risposta nello specifico varia di giorno in giorno.

Alchimia è ascoltare la tua anima come solo un bambino sa fare. Alchimia è uccidere ogni singolo giorno ogni singolo metallo-energia, ed imparare a morire prima che la morte ci colga impreparati.

Essere un Alchimista significa combattere ogni giorno come un Guerriero per la Luce. Combattere ogni giorno per realizzare la propria Leggenda Personale, prestando attenzione agli indizi che Melchizedek pone sul nostro Cammino.

“Esistono tre tipi di alchimisti” mi rispose il mio Maestro.
“Quelli che sono vaghi perché non sanno di che cosa stanno parlando, quelli che sono vaghi perché sanno di che cosa stanno parlando, ma sono anche consapevoli che il linguaggio dell’alchimia è un tipo di linguaggio rivolto al cuore, e non alla ragione.”
“E qual è il terzo tipo?” gli domandai.
“Quelli che non hanno mai sentito parlare di Alchimia, ma che sono riusciti, nel corso della loro vita, a scoprire la Pietra Filosofale.”

(tratto da L’Alchimista di Paulo Coelho).

Forse tutto quello che ho scritto può sembrare confuso e ambiguo, ma questa è la particolarità stessa dell’Alchimia, che non esclude nulla; e nemmeno l’opposto. L’Alchimia è come un testo alla cui ogni rilettura permette di scoprire una nuova sfumatura. L’Alchimia è l’imperativo che impone la lentezza nel suo studio in un mondo così frenetico. Alchimia è rifare le stesse cose migliaia di volte perché il motto dice: “Solve et Coagula”.

L’Alchimia non si impara, si scopre…

11nov2014

Mi conosco molto. Ma so anche che siamo infiniti, e quindi che c’è molto di più ancora da conoscere.

0. PREMESSA
Abbiamo deciso di creare questa brochure che illustrasse il nuovo modello educativo che noi immaginiamo per il futuro, perché spinti da un’esigenza irrinunciabile. Non potevamo non rispondere a un’imperiosa voce interiore che c’induceva a raccogliere il sentire di milioni di genitori stanchi di dover affidare con ritrosia i loro figli a un’istituzione scolastica incapace di educarli in quanto anime.
Un sistema scolastico che tratta i nuovi esseri giunti sul pianeta come cervelli vuoti da colmare con vecchie nozioni, con l’unico fine d’inquadrarli rapidamente tra le fila dei docili consumatori, diventa ogni giorno più obsoleto e sempre più vicino al pensionamento.
Oggi abbiamo bisogno d’altro.
Allora ci siamo detti: chi, se non noi? Abbiamo in animo di diventare il punto di riferimento culturale, politico e spirituale per l’Italia dei prossimi anni, un’Italia dove non si fa più cultura, è in atto un profondo rigetto per la politica e fingiamo d’aver dimenticato che l’uomo è un essere spirituale circondato da un corpo fisico. Per questo motivo tocca a noi non perdere tempo a denigrare ciò che è presente, ma trasmettere una chiara Visione del futuro. I dirigenti di domani sono quei bambini che oggi, ogni mattina, accompagniamo, tenendoli per mano, fino sulla soglia degli edifici scolastici.
Ciò che viene insegnato loro dentro quegli edifici, è nostra piena responsabilità.
La maggior parte delle attività a cui dedichiamo la nostra vita cessa con la nostra morte. Il nostro posto in ufficio o in fabbrica verrà preso da qualcun altro, qualunque sia stata la nostra posizione nella scala gerarchica o l’entità della nostra paga. Ma è possibile restare in vita creando qualcosa che non cessi da un giorno all’altro. A questo dobbiamo mirare se vogliamo andarcene con dignità. Lottare ogni giorno per la realizzazione d’un ideale fa sì che in verità non moriamo mai del tutto, perché una parte di noi continua a vivere in quell’ideale generazione dopo generazione.
Salvatore Brizzi
1. DIDATTICA
I desideri dei bambini danno ordini al futuro.
Erri De Luca, scrittore

PRESUPPOSTI
Il nostro nuovo modello educativo parte dal presupposto che sia necessario rispettare tutte le fasi evolutive del bambino senza forzarle entro schemi predefiniti. Durante i primi anni il bambino acquisisce in successione la stazione eretta, la facoltà del linguaggio, la capacità di comunicare emozioni e la facoltà del pensiero; si attua così la graduale manifestazione dell’individuo. Nei primi sette anni di vita si può vedere come egli vive principalmente nel movimento e nell’emozione ed è dotato di inesauribili forze di imitazione: imita e accoglie tutto. È compito della scuola favorire tale processo di sviluppo prevalentemente fisico ed emotivo e fare in modo che avvenga in maniera equilibrata, senza incrementare eccessivamente un aspetto (per esempio quello mnemonico/intellettuale) a discapito degli altri (l’emotivo e il fisico/ludico).
È questo il motivo per cui, nel nuovo modello educativo, l’ingresso alla prima classe del bambino è subordinata all’attenta valutazione dei segni della maturità non solo intellettiva, ma anche corporea e affettiva. Infatti è fondamentale nella fase d’inserimento scolastico la valutazione della “maturità scolare” del bambino; vale a dire che la formazione della prima classe tiene in considerazione la profonda differenza di maturità – e quindi di disponibilità ad accogliere l’istruzione – che passa tra bambini nati nella prima parte dell’anno, e che arrivano all’inizio delle lezioni con sei anni e mezzo d’età, e bimbi nati in estate che sarebbero già scolarizzati senza il raggiungimento del sesto anno di vita. La legge attualmente in vigore permette l’anticipo dell’età scolare ma non consente deroghe sull’entrata ritardata (cosa che il ministro Moratti aveva invece introdotto).
Lo sviluppo armonico del bambino – nei suoi aspetti fisico, emotivo, mentale e spirituale – costituisce un tema importante e si colloca a fondamento di tutto l’edificio scolastico. L’intelligenza del bambino, infatti, nel primo settennio non è ancora completamente orientata verso la comprensione intellettuale del mondo, ma verso una cognizione più fisica ed esperienziale.
Ciò che determina il carattere e il successo nella vita, non sono le nostre doti e i nostri limiti, ma piuttosto il modo in cui abbiamo imparato a sfruttare le prime e gestire i secondi. Un’educazione attenta a tutte le dimensioni del bambino – fisica, psichica e spirituale – è la base sicura sulla quale costruire poi, negli anni della scuola, una solida educazione intellettuale.

GIARDINO D’ INFANZIA (da 12 a 36 mesi)
Partendo dal presupposto che l’aspetto più utile in termini di crescita sana per il bambino – che si trova in questa prima delicata fase del suo sviluppo – sia il semplice calore dell’ambiente familiare, si vuole comunque venire incontro a quelle famiglie che per esigenze lavorative hanno la necessità di appoggiarsi a queste strutture. In questa fascia d’età i bambini sono pagine bianche, un terreno fertile sul quale seminare il bello, il buono e il vero. Essi vengono massimamente influenzati dalle impressioni che provengono dall’esterno: le emozioni provate dagli adulti intorno a loro (genitori per primi) e il contatto fisico con altri esseri umani, bambini o adulti che siano.
Gioco, massaggi, ascolto della musica, contatto con oggetti costruiti con materiali naturali (legno in particolare), disegno, contatto con la natura.

SCUOLA MATERNA (3-5 anni)
Oggi le scuole materne in Italia sono già strutturate sufficientemente bene. In questa età ci si deve concentrare soprattutto sul gioco e l’acquisizione della motricità. È un’età nella quale il bambino cresce imitando, per cui è essenziale che le maestre abbiano loro per prime acquisito quelle qualità morali che sono destinate a trasmettere. Riveste allora capitale importanza un programma di formazione degli insegnanti mirante anche alla costruzione dell’essere, anziché solo all’apprendimento di tecniche educative.
Nel nuovo modello le scuole materne diventano tutte bi-lingue (si impara giocando, attraverso canzoni e filastrocche, senza lo studio delle regole), perché oggi lo sono ancora in poche, mentre questa è l’età migliore per acquisire una seconda e una terza lingua senza sforzo.
Si può iniziare con un’attività sportiva. Per esempio è riconosciuto che questa sia l’età migliore per cominciare a praticare nuoto, il quale non è traumatico per la struttura fisica ed è completo, mentre dopo questa età l’apprendimento del nuoto diverrà per il bambino sempre più difficoltoso.
Grande importanza riveste poi la narrazione della fiaba: in essa vengono raccontati per immagini archetipiche il coraggio, la sofferenza, la lotta tra il bene e il male, tutti concetti che appaiono all’anima del bambino senza necessità di spiegazioni intellettuali. Nelle fiabe tradizionali viene descritta la sconfitta del male da parte dell’Eroe, il quale trionfa grazie al superamento di prove, anche dolorose, che fanno emergere le sue risorse interiori: il coraggio, la generosità, la tenacia, la costanza, l’amore per l’ideale, ecc.
Si propongono ritmicamente, nel corso della giornata e della settimana, i semplici gesti quotidiani come la cura delle piante, il riordino delle stanze, la preparazione del pane, e così via.

SCUOLA ELEMENTARE (6-10 anni)
L’educazione non deve più ridursi a un’attività di “inserimento dati” nelle teste dei giovani allievi, ma deve tener conto di quali sono gli insegnamenti che meglio si addicono allo sviluppo sia del bambino che del giovane all’interno di ogni particolare fascia d’età. Non si tratta più di dover rispettare un programma a tutti i costi, perché si ritiene indispensabile che entro i 10 anni d’età un bambino debba obbligatoriamente venire a conoscenza di una certa quantità di informazioni, costi quel che costi. Nella nuova visione dell’educazione non è più importante quante cose il bambino sa, bensì quanto risulta sano il suo sviluppo. Il bambino – e così l’essere umano in generale – è un insieme di corpo, emozioni, intelletto e anima; va pertanto tenuto conto del sano sviluppo di tutte queste istanze, mentre oggi il bambino viene considerato alla stregua d’un contenitore intellettuale nel quale le manifestazioni emotive e l’espressione corporea vanno tenuti il più possibile sedati durante le ore di lezione. In questa fascia d’età non è pertanto consigliabile un sovraccarico della mente.
Si praticano disegno, pittura, modellato, musica, euritmia (arte del movimento legata alla parola e alla musica), lavori manuali come lavare, cucinare, giardinaggio, cura dell’orto, varie attività sportive, ecc.
Viene introdotto lo studio della grammatica nell’apprendimento delle lingue straniere.
L’attività intellettuale è comunque limitata a poche ore settimanali, che aumentano nel corso dei cinque anni con l’incrementarsi dello sviluppo delle facoltà mentali del bambino. In ogni caso nella quinta classe non superano mai le 2 ore giornaliere e mai più di un’ora di seguito.
Il medesimo maestro insegna le materie principali (italiano, aritmetica, storia, geografia, scienze) e accompagna la stessa classe per tutto il corso di studi; ne è quindi pienamente responsabile e il suo lavoro diviene fonte di soddisfazione, in quanto vede egli stesso i risultati nel tempo dei suoi sforzi educativi.
Lo scopo del lavoro del maestro non è fare in modo che al termine dei cinque anni tutti i suoi allievi siano in grado di ripetere una certa quantità di nozioni apprese durante le lezioni, bensì lo sviluppo armonico (fisico, emotivo, mentale e spirituale) della personalità dei suoi allievi. Da questa prospettiva le materie artistiche e manuali hanno pari dignità rispetto a quelle umanistiche e scientifiche.
Ponendo l’accento sull’espressione artistico/emotiva e su quella corporea si sviluppano capacità differenti rispetto a quelle intellettuali: l’intuizione, la volontà, l’iniziativa, la collaborazione, l’interazione con l’ambiente… che vengono a mancare in un’educazione troppo precocemente intellettuale, dove l’allievo si limita a imparare mnemonicamente e ripetere. L’atteggiamento artistico riveste un ruolo fondamentale sia alle elementari che alle medie; esso previene il rischio di un precoce indurimento cerebrale e di un’anticipata cessazione della creatività, rendendo così maggiormente proficui gli anni delle superiori e del successivo apprendimento universitario.

SCUOLA MEDIA (11-13 anni)
In questa fascia d’età si può approfondire l’educazione di tipo intellettuale, anche se il numero di ore da dedicare a questo genere di apprendimento non può ancora avvicinarsi a quello attuale (cinque ore al giorno tutti i giorni). Nel nuovo modello educativo che noi proponiamo la testa, il cuore e la mano hanno un’importanza qualitativamente uguale per lo sviluppo del bambino.
Viene data minor importanza all’apprendimento mnemonico per lasciare spazio alla riflessione. Per esempio, la storia concepita come successione di battaglie – con date e risultati da ripetere a memoria, quasi fossero i risultati di un campionato di calcio – verrà sostituita da una concezione più matura di questa materia: una storia dello sviluppo psicologico dei popoli e delle organizzazioni sociali, il che abituerebbe i giovani a ponderare sui reali perché degli errori commessi in passato e su ciò che invece si è rivelato positivo. La geografia non si ridurrà più all’attività di memorizzazione dei nomi dei fiumi e delle nazioni confinanti, ma riguarderà la conoscenza delle differenti culture e lo studio delle caratteristiche del territorio dal punto di vista della sostenibilità ambientale.
Anche nel corso dei tre anni di scuola media il professore che si occupa delle materie principali (italiano, storia, geografia, scienze) è uno solo e segue la classe per tutta la durata degli studi, affiancato dagli insegnanti delle materie specifiche (matematica, lingue, discipline sportive, discipline artistiche, ecc.). Come alle elementari i ragazzi hanno sempre una figura basilare di riferimento che deve essere chiaramente identificabile.
Alle scuole medie viene introdotto il teatro, in quanto attività indispensabile nel percorso di conoscenza della propria emotività e nell’apprendere l’utilizzo del proprio corpo come strumento espressivo. Proseguono lo studio e la pratica delle altre principali forme d’arte e continua a essere presente un certo numero di ore da dedicare sia all’attività sportiva che al contatto con la terra, che deve rimanere costante nell’arco degli 8 anni di istruzione primaria (ogni classe è responsabile del mantenimento di un giardino e di un orto).
Per quanto concerne l’attività fisica, questa non sarà più ridotta a un paio d’ore settimanali nel corso delle quali solitamente la classe gioca a calcetto o a pallavolo, ma riguarderà un serio apprendimento di almeno due discipline sportive a scelta dell’allievo: arti marziali, nuoto, atletica leggera, ecc.
Sia alle elementari che alle medie non esiste la bocciatura e non vengono dati voti. Semplicemente si fa notare dove l’allievo ha commesso degli errori. L’insegnante responsabile della classe ha il compito di stimolare i suoi allievi in maniera da portarli avanti tutti, ognuno con il suo personale livello, e non viene ritenuto necessario che tutti aderiscano al medesimo modello di riferimento medio. L’apprendimento non viene vissuto dal bambino con ansia e preoccupazione, ma con entusiasmo e sempre rinnovata meraviglia. L’impulso alla conoscenza non viene stimolato nel bambino alimentandone la competitività verso i compagni, ma nutrendo il suo interesse, facendo emergere la sua sete interiore.
In questo ciclo di studi vengono introdotte le votazioni degli alunni nei confronti dei professori. A metà anno e a fine anno gli allievi riempiono un questionario dove assegnano dei voti ai professori in riferimento a una serie di attitudini: comunicazione, preparazione tecnica, simpatia, correttezza, capacità di relazione, e così via…
Questa iniziativa proseguirà anche nelle scuole superiori e sarà utile affinché gli insegnanti possano comprendere, attraverso un feedback reale, quali loro aspetti vengono apprezzati dagli allievi e quali invece vengono ritenuti carenti, e in tal modo avere la possibilità di migliorarsi in corso d’opera. Si tratterà di una valutazione determinante nella scelta del corpo insegnanti di anno in anno.
Questo genere di educazione fa sì che il ragazzo si prepari a divenire un adulto completo, ossia intuitivo, creativo e capace di inquadrare sotto ottiche differenti i problemi lavorativi che incontrerà in futuro. Se non si focalizzerà troppo precocemente (prima dei 14 anni) sull’attività mentale di immagazzinamento dati, avrà più possibilità di divenire un adulto maturo sotto ogni aspetto, senza accusare eccessivi squilibri – prevalenza dell’emisfero sinistro sul destro – nel suo sviluppo come essere umano e cittadino libero.
Alle scuole medie è indispensabile che venga introdotta l’Educazione Sessuale. Oggi sono già stati fatti dei timidi tentativi, ma è necessario impegnarsi maggiormente in questa direzione istituendo un corso regolare che preveda un numero minimo di ore tenute da un esperto e non dall’insegnante di Scienze, che potrebbe benissimo non sapere nulla in tema di sessualità.
Ricordiamoci che al termine di questo ciclo di studi il ragazzo deve essere messo nelle condizioni di poter individuare le sue passioni ed essere in grado di decidere con cognizione di causa quale corso di studi intraprendere alle scuole superiori. Occorre quindi che abbia raggiunto un certo grado di maturità. Cosa che quasi mai si verifica oggi, tanto che i ragazzi dopo le scuole medie non hanno ancora la più pallida idea di cosa vogliono fare nella vita, nonostante siano già chiamati a compiere delle scelte che condizioneranno il resto della loro esistenza.

SCUOLA SUPERIORE (14-18 anni)
Al termine dei 5 anni di scuola superiore – o di 3 anni per gli Istituti Professionali – lo studente deve essere in grado di inserirsi nel mondo del lavoro. L’ultimo anno di un qualunque Istituto Tecnico o Professionale deve prevedere un certo monte di ore di tirocinio in azienda. Nel nuovo modello educativo che noi proponiamo la scuola superiore smette di rappresentare una fase “di passaggio” in attesa della formazione universitaria alla quale oramai tutti si sentono costretti, e diviene invece una porta reale verso il mondo lavorativo. Differente resta il discorso dei Licei, i quali mantengono come prima finalità il proseguimento degli studi.
Possedere a 18 anni gli strumenti professionali per interagire con il mondo del lavoro deve tornare a essere la norma, non l’eccezione. Dopo aver studiato alle elementari e alle medie per 8 anni, e in un Istituto Superiore per altri 5 anni, un qualunque giovane dotato di capacità normali deve già essere in grado di operare correttamente all’interno di una professione. Lo studio universitario può così riprendere il suo ruolo di percorso addizionale dedicato a chi vuole entrare nel mondo della ricerca oppure svolgere mansioni che richiedono un elevato grado di professionalità quali il medico, l’ingegnere, l’avvocato, ecc. Rappresenta invece un’aberrazione il fatto che un venditore di automobili, un commercialista, un assicuratore, un immobiliarista o un ragioniere al giorno d’oggi siano tutti provvisti di laurea per il solo motivo che non hanno trovato lavoro prima, e quindi si sono iscritti all’università. Innanzitutto partiamo dal presupposto che non esiste un mestiere che possiede minore dignità d’un altro. Nelle società del passato chi “possedeva l’Arte” era tenuto in grande considerazione. Oggi, in una visione distorta di ciò che ha davvero valore, si pensa che fare il panettiere possegga minor dignità del fare l’ingegnere o il medico… e ci si aspetta anche di venire pagati di meno o di ottenere meno successo nella vita. Ma è dignitoso tutto ciò che viene fatto per passione, e questo è il solo metro di giudizio; mentre è privo di dignità ogni mestiere che viene svolto per mera sopravvivenza, con il solo scopo di portare a casa dei soldi, indipendentemente da quanto si venga pagati. Non è il fatto di dover tornare a casa con le mani sporche di grasso a rendere un mestiere meno dignitoso, bensì il fatto di non stare lavorando con autentica passione.
Se dopo tre anni di scuola superiore ho in mano un mestiere e questo rappresenta la mia passione, non devo lasciarmi suggestionare dagli stimoli sociali e cercare la laurea a tutti i costi, per poi magari andare a svolgere un lavoro che non sento davvero mio.
I primi otto anni di educazione primaria gestiti secondo i criteri sopraesposti consentono al giovane di acquisire maggiore dimestichezza con la creazione materiale attraverso l’utilizzo delle proprie abilità manuali. Egli impara a sentirsi pienamente appagato dallo svolgimento di mestieri di carattere artistico e artigianale. Ciò farà sì che molti più giovani rispetto a oggi sceglieranno di iscriversi alle scuole superiori con la finalità d’imparare un mestiere entro i successivi 3-5 anni, piuttosto che focalizzare tutto il proprio futuro sugli studi universitari. Dobbiamo immaginare un mutamento sociale: emergerà un rinnovato amore per gli antichi mestieri e per l’espressione artistica in tutte le sue forme. I laboratori degli artigiani, gli istituti d’arte e i conservatori torneranno a riempirsi. Una società dove i bambini vengono educati all’arte sin dai primi anni di scuola diverrà più sensibile sotto questo aspetto, per cui la nuova ondata di artigiani e artisti – che oggi resterebbero in massima parte disoccupati – troverà una collocazione lavorativa grazie alla mutata sensibilità sociale.
Anche alle scuole superiori per ogni classe viene indicato il professore che fungerà da insegnante di riferimento che accompagnerà gli studenti nello svolgimento di tutta la durata del corso di studi. Anche qui vige la regola di assegnare i voti ai professori a metà e a fine anno.
Indipendentemente dal corso di studi in questione abbiamo individuato alcune materie che è indispensabile vengano imparate da tutti (sia nei Licei che negli Istituti Tecnici o Professionali). Una di queste è l’Educazione Finanziaria. Questa materia ha il compito di insegnare la gestione del denaro e il rapporto psicologico che si instaura fra noi e il denaro. Oggi è enorme la percentuale di persone che pur avendo conseguito una laurea, e pur lavorando regolarmente, vive appena sopra la soglia della povertà. Questo perché è stato loro insegnato tutto ciò che concerne una particolare materia, ma non è stato insegnato loro come rapportarsi al denaro una volta lasciato il mondo degli studi per entrare in quello del lavoro. Questo aspetto della vita delle persone viene affidato al caso, alla fortuna, tanto che nemmeno chi si laurea in economia impara a gestire nella pratica il suo denaro.
Un’altra materia che dovrebbe trovare spazio nella formazione di un qualsivoglia essere umano, indipendentemente dal mestiere che andrà a svolgere, è Tecniche di Comunicazione. Imparare i rudimenti della comunicazione al fine di saper riconoscere i segnali della comunicazione non verbale che ci giungono dagli altri e saper agire di conseguenza, oggi è oramai divenuto indispensabile per chiunque. Saper capire quando l’altro ci sta mentendo o quando è ben disposto nei nostri confronti, risulta essere utile sia che io faccia il meccanico sia che io occupi una posizione manageriale. Quanti affari vanno a monte semplicemente perché non abbiamo saputo interpretare un segnale o perché il nostro corpo ha inconsciamente mandato un certo segnale all’interlocutore?
Infine abbiamo quello che gli americani chiamano il Life Training (in italiano può essere tradotto come “allenamento alla vita”), una materia che insegna a sviluppare le potenzialità individuali e a prendere in mano la propria esistenza. Si tratta d’imparare a scoprire i propri obiettivi e focalizzarsi su di essi, sintonizzarsi sull’abbondanza anziché sulla penuria, comprendere che la vera ricchezza sta nel dare e il ricevere ne è una diretta conseguenza, trasformare gli ostacoli in opportunità di crescita da sfruttare, uscire dalla critica e dal giudizio, realizzare che ogni evento della vita è denso di significato e nulla ci accade a caso.
Integrando il programma di studi con queste materie si consente ai giovani di entrare nel mondo del lavoro con i mano degli strumenti concreti per giocarsi al meglio le proprie carte, anziché, come avviene oggi, venire gettati nel mercato come degli sprovveduti ignari di quelle fondamentali regole che muovono il denaro, la comunicazione… e la vita in generale.
ESEMPI DI NUOVE SCUOLE

Istituto di naturopatia
Questo è un istituto di nuova concezione, in quanto esistono già delle scuole di naturopatia, le quali però non fanno ancora parte dei corsi di studio ufficiali. Oltre alle materie classiche (letteratura italiana, lingue straniere, ecc.) verranno proposte le seguenti materie: alimentazione naturale, terapie essene e lettura dell’aura, Shiatsu, Riflessologia, anatomia, anatomia sottile, fisiologia, medicina cinese, Ayurveda, omeopatia, floriterapia, elementi di chimica.
Il triennio iniziale è uguale per tutti, mentre negli ultimi due anni del quinquennio lo studente può specializzarsi solo in alcune di queste discipline, nell’ambito delle quali eserciterà poi la sua professione. Il corso di studi potrà essere integrato, a discrezione del professore responsabile del corso, e su indicazione degli studenti, con interventi di esperti esterni che approfondiranno alcuni temi (Reiki, Iridologia, Fisiognomica, Digiunoterapia, Alchimia e Spagiria, Erboristeria, Medicina di Hamer, Ipnosi, ecc.)

L’IFOPA (Istituto per la Formazione degli Operatori della Pubblica Amministrazione)
Il fine di questa scuola è fornire un’educazione specializzata a coloro che vogliono intraprendere la carriera pubblica. Si va dal semplice impiegato al massimo dirigente di un ente pubblico. Oltre a studiare bene tutto il contesto istituzionale nel suo complesso, e non solo le competenze nei limiti del proprio Ufficio, lo studente dovrà essere educato a percepire il suo futuro ruolo come una vera e propria missione, e 8
non più come un mestiere di comodo, dove il burocrate trascorre l’esistenza parcheggiato tra le pieghe dello Stato. La motivazione che spinge un individuo a lavorare nella “cosa pubblica” deve sempre essere improntata al Bene Comune della cittadinanza e non all’immobilismo e alla conservazione della tradizione.
Questo corso di studi prevede una formazione di primo livello, della durata di tre anni, per la preparazione degli impiegati, e una formazione di secondo livello, della durata di cinque anni, per la classe dei dirigenti.

Liceo per lo Sviluppo Armonico dell’Uomo
Questo è un liceo di nuova concezione che si pone come obiettivo la formazione spirituale dello studente, sia sotto l’aspetto intellettuale che sotto quello pratico. In aggiunta alle materie più classiche (letteratura italiana, lingue straniere, ecc.) verranno proposte le seguenti materie: storia della filosofia esoterica, studio comparato delle religioni, Teosofia (Blavatsky, Bailey, Leadbeater, Powell, ecc.), Antroposofia di Rudolf Steiner, alchimia e magia, Quarta Via di Gurdjieff, psicologia transpersonale, Programmazione Neuro Linguistica.
Il triennio iniziale è uguale per tutti, mentre negli ultimi due anni del quinquennio lo studente può specializzarsi solo in alcune di queste discipline, nell’ambito delle quali eserciterà poi la sua professione di insegnante. Il corso di studi potrà essere integrato, a discrezione del professore responsabile del corso, e su indicazione degli studenti, con interventi di esperti esterni che approfondiranno alcuni temi (Sciamanesimo, Tantra, Esegesi dei Vangeli, Costellazioni Familiari, Advaita Vedanta, ecc.).

2. FORMAZIONE INSEGNANTI
Durante i miei nove anni alle scuole superiori non sono riuscito a insegnare niente ai miei professori! Bertolt Brecht, drammaturgo
Chi è l’insegnante nel nuovo sistema educativo?
Al centro del nuovo modello educativo non viene più posto il programma di studi, bensì l’insegnante, la figura del Maestro. Mentre nel vecchio modello scolastico il programma era l’aspetto essenziale e poteva essere portato avanti da chiunque (a un certo punto si è addirittura ipotizzata la sostituzione dell’insegnante con un robot), poiché l’importante era che alla fine del ciclo scolastico l’allievo sapesse ripetere a memoria un certo numero di nozioni, in futuro sarà invece centrale la figura dell’essere umano che aiuterà gli allievi a divenire a loro volta essere umani completi. L’autentico educatore non inserisce dati dentro dei cervelli, ma tira fuori (e-ducere=condurre fuori) da ogni studente il meglio di quanto costui possiede al suo interno in termini di qualità e capacità, in maniera da indirizzarlo nei suoi futuri anni di vita.
Il Maestro è sempre un individuo fortemente motivato e consapevole del fatto che per diventare realmente “maestri” occorre innanzitutto un costante impulso all’autoeducazione personale. Quella dell’insegnante è una missione carica di responsabilità e non può essere portata avanti come un qualunque altro lavoro, solo 9
per guadagnare uno stipendio. In realtà nessun lavoro dovrebbe essere svolto con questo spirito. In futuro, perché tale sistema educativo possa davvero funzionare, bisognerà mettere l’accento sulla preparazione umana – quindi anche corporea, emotiva, morale e spirituale – dell’insegnante e non unicamente sulle sue capacità intellettuali. Il Maestro deve tornare a essere il modello di vita degli studenti e non solo un dispensatore di nozioni e relativi giudizi di merito, dove il suo status morale e spirituale non riveste alcuna importanza ai fini della trasmissione delle nozioni.

Progetto di formazione insegnanti
Per passare dal vecchio sistema educativo al nuovo, è necessario preparare gli insegnanti certificandoli per mezzo della frequenza di uno specifico corso di perfezionamento della durata complessiva di otto mesi. Questo è il Corso per lo Sviluppo Armonico dell’Uomo, capace di rivoluzionare le modalità educative degli insegnanti. All’interno del corso vengono trattati temi come: Consapevolezza di sé, meccanicità dei comportamenti umani, tecniche di Comunicazione Consapevole, gestione dello stress, risoluzione dei conflitti, tecniche di PNL, capacità di vivere nel Qui-e-Ora, non-giudizio, Legge dello Specchio, non-attaccamento, gestione dell’immaginazione negativa, gestione delle emozioni negative, ecc.

Il progetto viene rivolto a quattro categorie differenti:
a) A chi sta già svolgendo la professione di insegnante si propone di seguire, parallelamente al suo lavoro, un corso di perfezionamento da svolgersi settimanalmente in orario serale e che consiste nel Corso per lo Sviluppo Armonico dell’Uomo, articolato in 22 lezioni di circa due ore ciascuna. Il corso si sviluppa lungo otto mesi, da Ottobre a Maggio, e l’esame finale serve a ottenere la certificazione di appartenenza di quell’insegnante al nuovo modello educativo.
b) Al neolaureato che è in attesa di intraprendere la professione di insegnante, si propone il medesimo corso di 22 lezioni e la relativa certificazione.
c) Lo studente che, terminate le scuole superiori, si iscrive in una qualunque facoltà universitaria, nel momento in cui manifesta il desiderio, può iscriversi al Corso per lo Sviluppo Armonico dell’Uomo e frequentarlo parallelamente al suo corso di studi, in maniera da essere pronto, una volta ottenuta la laurea, a insegnare la sua materia secondo il nuovo modello educativo. Si tenga conto che, data la sua natura – non nozionistica, ma esperienziale – la certificazione va confermata ogni tre anni per mezzo della ripetizione dell’intero corso, per cui allo studente universitario non conviene certificarsi troppo in anticipo rispetto alla data prevista per il conseguimento della laurea e l’inserimento nel mondo del lavoro.
d) Allo studente che si iscrive alle scuole superiori sarà data in futuro la possibilità di frequentare il Liceo per lo Sviluppo Armonico dell’Uomo, al termine del quale si diventa istruttori del Corso per lo Sviluppo Armonico dell’Uomo oppure insegnanti di talune materie all’interno dello stesso Liceo.
La novità assoluta del nuovo modello educativo consiste proprio nel rivolgere all’insegnante la proposta di un cammino di crescita personale, con il fine di conoscere meglio se stesso prima di tentare di conoscere l’altro, onde evitare di guardare agli allievi attraverso il filtro dei propri meccanismi psicologici. L’autentica educazione è un atto che si compie per mezzo dell’esempio più che attraverso il passaggio di informazioni, per questo è importante che gli insegnanti si rendano per primi più consapevoli e più soddisfatti della propria vita, affinché possano esprimere appieno la propria Umanità e farsi modelli delle migliori qualità, anziché esempi di frustrazione e insoddisfazione.
Un nuovo paradigma
La filosofia meccanicistica, dicotomica e frammentata, predominante da secoli nella civiltà occidentale, condiziona anche le proposte educative, nell’ambito delle quali viene costantemente operata una separazione tra individuo e ambiente esterno, mente e corpo, testa e cuore.
Il nuovo paradigma, emergente anche in ambito scientifico, opera attraverso una comprensione unitaria dell’esistenza e presta attenzione all’interdipendenza tra gli esseri viventi e fra questi e l’ambiente, giungendo ad annullare la separazione tra la coscienza dell’individuo e l’ambiente che lo circonda, il quale, nell’ambito del nuovo paradigma, risulta essere ampiamente influenzato dal modo di pensare dell’essere umano.
La realtà esterna identificata come specchio di ciò che siamo interiormente risulta essere l’assunto principale del paradigma conoscitivo emergente in questi ultimi decenni.
Sulla base di queste premesse si evince l’importanza di fornire all’insegnante del nuovo modello educativo un contesto di formazione teorica e pratica di ampio respiro, capace di contemplare al suo interno e veicolare efficacemente questa nuova visione della realtà, figlia del paradigma emergente.
Nel nuovo modello educativo si pone l’accento sulla preparazione dell’insegnante come essere umano completo, in grado di ritrovare il valore e la responsabilità del suo ruolo nel cammino che accompagna bambini e ragazzi verso la piena realizzazione di se stessi come esseri completi.
Il nuovo insegnante avrà cura dei ritmi personali di apprendimento, evidenziando i talenti insiti in ogni studente, al fine di permettere la piena espressione del potenziale del singolo e di questo in relazione alla classe.
Per permettere questo cambio di rotta è necessario migliorare la preparazione degli insegnanti del futuro, e integrare quella dei docenti che già operano.

“Diventa il cambiamento che vuoi vedere nel mondo.”
Gandhi

3. BISOGNI SPECIALI
“Gli esseri umani nascono ignoranti, ma non stupidi. Li rende tali l’educazione. Claude-Adrien Helvétius” filosofo
I bambini disabili
Nel nuovo modello educativo la disabilità viene vista come una possibilità di arricchimento per l’esperienza di vita della persona disabile così come per coloro che la circondano. È importante far sperimentare e convivere i bambini con la diversità e le varie forme di disabilità. Altrettanto fondamentale sarà educare i bambini disabili a trovare le proprie risorse dentro di sé, imparare a lavorare sui propri talenti e capacità (è importante cosa SO fare, non cosa NON POSSO fare) invece di identificarsi con le proprie difficoltà. Educare contemporaneamente i compagni non disabili a relazionarsi alla pari, ad aiutare in prima persona il compagno disabile.
Negli altri paesi del mondo l’integrazione scolastica degli alunni con disabilità è gestita in percentuali variabili tra integrazione totale (a cui si avvicina il modello italiano, in cui tutti i bambini disabili, indipendentemente dalla loro specificità, vengono inseriti nella scuola pubblica) e inserimento in scuole specializzate, dove la didattica è interamente costruita attorno alla specifica disabilità, ma non c’è l’incontro con alunni ordinari. Secondo noi è possibile trovare una via intermedia secondo la quale la persona disabile può frequentare una scuola specializzata per le esigenze della sua disabilità (il motivo principale per cui in Italia l’inserimento nella scuola pubblica è totale, è la non volontà di trovare i fondi per allestire scuole specializzate) e al contempo venire inserita in una classe pubblica. In quest’ottica l’insegnante di sostegno, laddove necessaria, svolgerà una funzione di “ponte” fra le due differenti realtà nelle quali il bambino realizzerà il suo percorso di crescita.

I bambini iperdotati
Per i bambini iperdotati, anche detti “ad altissimo potenziale intellettivo”, paradossalmente, il principio è lo stesso che vale per i bambini disabili, ossia la possibilità di frequentare sia la scuola pubblica, dove avviene l’incontro con bambini mediamente dotati – che risulta sempre arricchente per entrambe le parti – sia una scuola specializzata all’interno della quale il bambino può confrontarsi alla pari con altri iperdotati (circa il 3% della popolazione infantile) e può trovare gli strumenti necessari per procedere, nell’apprendimento, alla velocità che gli è più consona. È semplicemente assurdo che vengano dedicati molto tempo ed energie a non far sentire troppo a disagio i bambini disabili, mentre vengono totalmente trascurati i bisogni della categoria opposta, dalla quale può dipendere il futuro di una nazione. La ricerca scientifica mostra che la depressione è significativamente più frequente nei bambini intellettualmente iperdotati rispetto ai loro coetanei, in quanto in una normale scuola pubblica si sentono “castrati”.

4. RAPPORTI SCUOLA-FAMIGLIA
“L’educazione è una bella cosa; tuttavia è bene ricordare, almeno una volta tanto, che nulla di ciò che veramente conta di conoscere può essere insegnato.” Oscar Wilde, scrittore

Introduzione

Come abbiamo visto nelle precedenti sezioni, il nuovo, seppur antico, concetto di educazione (e-ducere: condurre fuori) scardina completamente l’impostazione didattica e organizzativa del sistema scolastico attualmente in uso in Italia.
Gli insegnanti, così come i genitori, devono prendere consapevolezza e assimilare, loro in primis in quanto adulti, questo nuovo approccio alla crescita del bambino, favorendo lo sviluppo del suo essere a 360°. Questo è il senso dei corsi di perfezionamento e della relativa certificazione di cui abbiamo parlato in precedenza.
Le famiglie spesso non sono consapevoli delle dinamiche con cui viene svolta l’attività scolastica, in quanto si interessano agli aspetti superficiali, basando le loro conclusioni su ciò che più sembra contare: il voto finale.
La scuola, in quanto istituzione educativa, può offrire delle opportunità di crescita anche ai genitori dei ragazzi, coinvolgendo le varie cellule dell’organo chiamato famiglia.
Il contributo dei genitori incoraggia il coinvolgimento scolastico dei ragazzi. È fondamentale l’esistenza di un dialogo costante e un’intensa collaborazione da parte di entrambe le parti: casa e scuola. L’atteggiamento che i genitori pongono verso la scuola influisce su quello che viene poi assunto dai ragazzi nei confronti del proprio percorso scolastico. È molto importante che essi si sentano appoggiati da adulti che non percepiscano essi stessi la scuola semplicemente come un inevitabile fastidio.
Costruire buone relazioni è molto importante, sia da parte dei docenti che da parte dei genitori. Essendo questi ultimi un punto di riferimento molto importante per i loro figli, essi devono essere resi partecipi dell’attività scolastica da parte degli insegnanti, che dovranno garantire loro la possibilità di avvertirne il significato, l’influenza e gli obiettivi comuni a lungo termine che potranno essere raggiunti grazie a una collaborazione fattiva.
Il ruolo della famiglia va potenziato da parte della scuola, che deve aprire le proprie porte e chiarire l’obiettivo comune: la realizzazione dei ragazzi come persone Consapevoli di sé stesse, in grado di essere felici, usando tutte le loro potenzialità a partire dalla sfera fisica per giungere a quella spirituale, divenendo individui di 13
successo in grado di scegliere e creare il proprio Presente.
“La collaborazione educativa tra scuola e famiglia è, quindi, un punto di forza irrinunciabile per dare ai ragazzi le massime opportunità di sviluppo sereno e armonioso.
È necessaria la ricerca di correlazione tra le differenze, una carica di umiltà per saper sempre ridimensionare i nostri confini, per accogliere e sup-portare chi non è subito in sintonia.
La scuola in trasformazione e la coppia genitoriale in evoluzione auto-educativa; entrambe richiedono spazi essenziali al fine di poter compiere fino in fondo i propri itinerari di senso.”
Letizia Moratti

Si deve puntare sul gioco di squadra, stabilendo dei punti cardine di collaborazione. Instaurare relazioni di fiducia. Bisognerebbe mirare alla percezione, da parte degli studenti, della scuola non come ambiente ostile e ostacolante ma come un secondo luogo di crescita sociale, susseguente ma non secondario alla propria casa.

“Talvolta pensiamo di essere più inefficaci, più deboli di quanto siamo. Secondo me il cuore dei ragazzi e dei bambini é sempre pronto ad aprirsi a un adulto efficace.
Dobbiamo ritrovare il significato delle cose che andiamo a fare, la nostra vita si deve arricchire di significati, credo che quello che facciamo con significato ci torna indietro, ci dà benessere, ci arricchisce.
Dobbiamo poter ritrovare il senso di quello che facciamo.
La sinergia fa rimettere in moto delle cose che si sono perse, che non ci sono più, come le famiglie, anche noi insegnanti dobbiamo poter ritrovare le risorse.
I ragazzi hanno bisogno di vedere che gli adulti stanno lavorando per il loro futuro.”
Rita Grazia Ardone

Metodi pratici

* Inizialmente, per facilitare la comunicazione tra ragazzi, insegnanti e genitori, si può pensare all’inserimento di uno o più mediatori scolastici, una figura che tesse legami e mette in comunicazione questi tre differenti mondi.
A volte l’impatto troppo diretto ostacola la comprensione, mentre una figura neutrale rappresenta l’opportunità di un punto di vista esterno volto al raggiungimento di soluzioni senza troppe discussioni superflue.
Queste figure aprono un varco nell’incomunicabilità per poi dissolversi a risultato raggiunto.

* Organizzazione di attività extra-scolastiche ludiche che prevedono momenti di condivisione e divertimento, favorendo l’espressività dei ragazzi in relazione con tutti gli insegnanti, permettendo a questi ultimi di conoscere i loro allievi passando un po’ di tempo con loro e individuando le loro qualità al di fuori del classico “banco di scuola”.

* Organizzazione di attività di formazione continua per insegnanti e genitori su temi come l’educazione, la crescita, la famiglia, la società, ecc… Qui si configura la possibilità per l’insegnate di certificarsi per mezzo di un Corso per lo Sviluppo Armonico dell’Uomo. 14

* Organizzazione di assemblee genitori-insegnanti dove gli uni informino gli altri della situazione della classe, degli obiettivi raggiunti e di quelli prossimi, delle attività svolte in aula e da svolgere a casa per facilitare i processi di apprendimento dei ragazzi, informazioni, idee, perplessità …

* Creazione di “gruppi genitoriali” che partecipano attivamente all’attività scolastica promuovendo la responsabilità e il miglioramento continuo delle scuole.

* Proporre degli argomenti da affrontare in famiglia (società, cultura, individualità, responsabilità, crescita interiore, ecc …) e sostenere i genitori nel caso in cui non sappiano come farlo. Qui si configura la possibilità anche per i genitori di frequentare un Corso per lo Sviluppo Armonico dell’Uomo pensato per la famiglia anziché per il corpo insegnanti.

* Stabilire un solo insegnante come punto di riferimento per i colloqui trattanti il percorso scolastico dell’alunno con i rispettivi genitori. L’insegnante in questione verrà fornito da parte dei docenti delle altre discipline, attraverso un breve incontro e la consegna di una relazione, di tutte le informazioni a tal riguardo ed esplicherà ai genitori il cammino che il ragazzo sta compiendo, arricchito dal punto di vista di ciascun educatore. Per problemi particolari riguardanti una delle parti (genitori – insegnante) ci si potrà rivolgere al mediatore scolastico, il quale provvederà ad applicare le sue conoscenze per affrontare al meglio la situazione.

L’educazione d’un ragazzo è un percorso che unisce e coinvolge tutti i membri del nucleo familiare. Può essere occasione di approfondimento dei legami, di soluzione delle incomprensioni anche all’interno del nucleo familiare stesso, di crescita individuale e collettiva.

5. RAPPORTI SCUOLA-LAVORO
L’educazione non è ciò che il maestro dà, ma è un processo naturale che si svolge spontaneamente nell’individuo umano; essa non si acquisisce ascoltando delle parole, ma per virtù di esperienze effettuate nell’ambiente. Il compito del maestro non è quello di parlare, ma di preparare e disporre una serie di motivi di attività culturali in un ambiente appositamente preparato. Maria Montessori, pedagogista
Oltre al compito educativo, con il progredire dell’età degli alunni la scuola ha anche un compito “formativo” a livello professionale, nel preparare gli studenti all’ingresso nel mondo del lavoro.
Questo compito attualmente viene espletato senza tenere realmente conto di attitudini e talenti del ragazzo e con modalità di stampo puramente nozionistico-teorico, senza quindi un effettivo collegamento degli insegnamenti con la realtà economico-produttiva e con la realtà quotidiana.
Seppure negli ultimi anni qualche tentativo è stato fatto per avvicinare i ragazzi al mondo del lavoro attraverso la possibilità di partecipare a uno stage in azienda, siamo ancora molto lontani dall’obiettivo. Nella visione di un nuovo modello educativo, l’insegnamento in classe, la messa in pratica e l’esperienza sul campo, devono essere strettamente connessi tra loro, stimolando riflessione ed espressione creativa, e non risultare una mera appendice.
Per quanto riguarda i talenti e le attitudini personali del ragazzo, come si è visto già nella sezione Didattica, la scuola ha il compito di stimolare e facilitare l’espressione degli stessi, perciò se è stato fatto un buon lavoro negli anni precedenti, avvicinandosi al momento della scelta di un indirizzo di studi per una futura professione, il ragazzo si avvierà con naturalezza verso ciò che più corrisponde all’espressione di sé.
Sotto questo aspetto è necessario che, a monte, a livello culturale-sociale, si sgombri il campo da quella sottile divisione di rango che al giorno d’oggi ancora insiste tra licei e istituti tecnici o professionali, tra professioni “di prestigio” e professioni cosiddette “umili”. In questo senso anche le famiglie dovranno essere stimolate e supportate nel rivedere proiezioni e aspettative nei confronti dei figli. Il nuovo messaggio che deve passare può essere riassunto in questa affermazione: ciò che fornisce dignità a un mestiere è la passione con la quale esso viene svolto. Nessun mestiere è dignitoso se non viene sentito nel Cuore ed è svolto con il solo fine di portare a casa uno stipendio.

Detto questo vediamo come potrebbero essere impostati i rapporti Scuola-Mondo del Lavoro, nella visione di un nuovo modello educativo.
Obiettivi

consentire ai ragazzi un primo approccio con il mondo del lavoro;

sperimentare sul campo, in particolare per quanto riguarda le materie tecniche, ciò che viene insegnato sui banchi di scuola;

consentire ai ragazzi di sperimentare se un certo tipo di attività può essere affine alle proprie attitudini e caratteristiche personali (carattere, talenti, aspirazioni, ecc.);

consentire alle aziende di conoscere da vicino dei giovani che in futuro potrebbero entrare a far parte del proprio organico;

consentire ai ragazzi di guadagnare un primo stipendio;

stimolare e facilitare nei ragazzi eventuali capacità imprenditoriali;

sviluppare nei ragazzi l’impegno, il senso di responsabilità e il valore insito nel dare il proprio contributo fattivo.
Quali aziende? Quali scuole?
Per quanto riguarda gli istituti professionali e gli istituti superiori che rilasciano diplomi di maturità tecnica, è necessario che si possa fare l’esperienza all’interno di aziende che svolgono un genere di attività inerente le materie studiate a scuola.
Per evitare che l’azienda ospitante usi lo studente in stage semplicemente come un “galoppino” o lo releghi in un angolo senza insegnargli nulla, è necessario che l’inserimento in stage sia ben regolamentato e risulti appetibile sia per lo studente che per l’azienda.
Pertanto possiamo ipotizzare che:

lo stage sia a costo zero per l’azienda;

l’azienda sia obbligata per legge a ospitare annualmente un certo numero di studenti in stage;

l’azienda riceva un contributo economico da parte dello Stato o attraverso i Fondi Europei per il tempo di formazione che dedica allo studente;

agevolazioni fiscali per l’azienda che assume uno stagista al termine del periodo di stage;

una piccola parte delle ore di stage possano essere effettivamente utilizzate dall’azienda per far eseguire allo studente lavori non particolarmente qualificati (esempio: fare l’archivio, riordinare il magazzino,ecc.);
Il periodo trascorso in azienda potrebbe essere così suddiviso:

30% affiancare uno o più dipendenti osservando il loro lavoro e coadiuvando ove richiesto;

40% ricevere spiegazione e formazione teorica, da mettere poi in pratica sotto la supervisione del personale aziendale;

30% piccoli lavori non qualificati, i quali rivestono comunque una certa importanza ai fini della formazione sia professionale che di vita.
Naturalmente al ragazzo andrà corrisposto un “assegno di stage”, la cui spesa sarà a carico dello Stato o dei Fondi Europei per la Formazione.
Lo studente in stage dovrà compilare giornalmente un diario che illustra come ha impiegato il suo tempo in azienda. Questo serve a monitorare che non avvengano abusi da parte dell’azienda. A fine periodo dovrà stilare una breve relazione contenente la sua valutazione dell’esperienza: ciò che ha appreso, come si è trovato, quanto si sente incline a quel tipo di lavoro ed eventuali intuizioni creative emerse dall’esperienza.
Anche l’azienda terrà un registro analogo e compilerà una relazione finale con i suoi commenti sull’esperienza e sulle attitudini dimostrate dallo studente.
Queste relazioni andranno presentate al tutor scolastico, che ha il compito di seguire il percorso formativo del ragazzo, offrire supporto in caso di necessità, e tenere i rapporti con le aziende ospitanti.
Con riferimento alla didattica
La scuola è anche il luogo in cui i ragazzi vengono stimolati a sviluppare i propri talenti e la propria creatività; è dunque prevista – e fortemente incentivata – la possibilità che al termine del percorso scolastico i giovani vogliano avviare un’attività in proprio.
Per cui un nuovo modello scolastico deve prevedere negli ultimi anni delle superiori anche la simulazione pratica dell’avviamento di un’impresa o un esercizio commerciale.
Questa attività pratica si potrebbe svolgere in maniera interdisciplinare, suddividendo gli studenti in gruppi di lavoro, seguiti dai docenti di differenti materie. La simulazione della creazione e della gestione dell’attività in proprio deve essere quanto più possibile attinente alla realtà, muovendosi dall’apertura di una partita Iva per giungere alle problematiche inerenti la gestione dei rapporti con clienti e fornitori.
Linee guida della simulazione di un avviamento d’impresa
– Si definisce insieme a quale tipo di attività ci si vuole dedicare; il progetto può riguardare un genere di attività già esistente oppure un’idea totalmente innovativa, prestando attenzione a rimanere nell’ambito di quanto concretamente realizzabile nel mercato.
Quindi si analizzano i passi necessari:
– Come si deposita il brevetto di un nuovo prodotto? Qualcuno si occuperà di condurre una ricerca su internet, stampare la modulistica e, se necessario, recarsi all’ufficio preposto per chiedere ulteriori informazioni. Quindi si compila insieme la modulistica.
– Quali costi di start up bisogna affrontare? C’è la possibilità di ottenere delle sovvenzioni dallo Stato o dall’Unione Europea?
– Quale formula giuridica si vuole adottare? Ditta individuale, srl, snc, sas, ecc. Si faranno ricerche su vantaggi e svantaggi inerenti le varie possibilità, dopo di che insieme si definisce quale tipo di società.
– Quali sono le procedure burocratiche per aprire l’attività? Sono necessarie delle Licenze e/o delle abilitazioni particolari?
– Che nome dare a questa nuova azienda? Definizione del marchio e del logo.
– Quali macchinari e/o attrezzature sono necessari? Dove si acquistano? Quanto costano?
– È necessario assumere del personale? Quanti addetti e con che funzioni? Quali sono i costi? Quali sono le procedure per l’assunzione?
– Come immettere il prodotto sul mercato? A chi è diretto principalmente il prodotto? Come si definisce il prezzo di vendita all’utenza? Quali canali utilizzare per farlo conoscere? Definizione della campagna di marketing.
E così via…

Completata questa fase iniziale, nel corso dell’anno, un giorno alla settimana, si porta avanti il “gioco” di simulazione dell’andamento aziendale sorteggiando dei cartellini di “imprevisti” e “probabilità” (nello stile del Monopoli) nei quali si propone alla classe un evento che può essere positivo o negativo, quindi il gruppo elabora le strategie per affrontarlo. Ad esempio: si è ottenuta un’importante commessa da un nuovo paese estero e bisogna aprire una filiale, oppure un grosso cliente è insolvente e l’azienda è in crisi di liquidità.
Questo risulterà un tirocinio utile per prepararsi ad affrontare con meno ansia e più creatività gli imprevisti da mettere in conto quando si decide di diventare imprenditori. Tale attività didattica, vissuta come un “gioco” di gruppo, porta i ragazzi a familiarizzare con la realtà del mondo imprenditoriale, senza più sentirlo ostico e lontano. Spesso un giovane opta per un’occupazione da dipendente anziché affrontare il mondo dell’imprenditoria solo perché è vittima di una deficienza culturale che lo porta a percepire come più comoda e sicura la situazione lavorativa del dipendente, nonostante i dati oggettivi manifestino chiaramente il contrario.

Anche coloro che alla fine decideranno per un lavoro da dipendenti potranno trarre vantaggio da queste simulazioni, in quanto comprenderanno meglio cosa si muove dietro la realtà imprenditoriale. Il che li porterà da una parte a svolgere il proprio lavoro con maggiore soddisfazione, avendo acquisito una visione d’insieme dei vari comparti aziendali, e dall’altra a sanare almeno in parte la frattura culturale e sociale che attualmente vede ancora imprenditore e dipendente come figure in contrapposizione. Non da ultimo, oltre a sviluppare la creatività individuale, tale lavoro di simulazione favorisce la capacità di lavorare in team: la cooperazione al posto della competizione, anche fra imprenditore e dipendente.
Sarebbe auspicabile che venissero erogati dei finanziamenti per i gruppi di lavoro che al termine della formazione scolastica decidessero di avviare davvero il progetto aziendale pensato all’interno della simulazione.
È auspicabile che nell’arco degli ultimi 3 anni delle scuole superiori, la scuola inviti periodicamente degli imprenditori/professionisti/artisti che hanno realizzato con successo il proprio sogno, per raccontare agli studenti la propria esperienza e rispondere alle loro domande. Sarebbe bene che tra gli invitati ci fossero anche i giovani che dopo aver frequentato quella stessa scuola sono riusciti a realizzare il loro sogno d’impresa.

6. INFRASTRUTTURE
L’educazione dovrebbe passare dall’essere uno strumento che riproduce la società che abbiamo, al diventare uno strumento di promozione dell’evoluzione. Bisognerebbe smettere di usare l’educazione come sistema di indottrinamento o di reclutamento per questa società. C’è un elemento dispotico: si utilizza la scuola per addomesticare. Dovremmo utilizzare la scuola per formare esseri integri.
Claudio Naranjo, psichiatra
Un’innovazione scolastica, sia didattica che organizzativa, richiede anche una riprogettazione strutturale degli edifici scolastici secondo principi di bioarchitettura ed ecocompatibilità.
Il nuovo edificio scolastico, dovrà essere un centro polifunzionale, finalizzato all’accrescimento culturale della comunità e in relazione con essa e con i servizi offerti dal territorio: strutture sportive, centri ricreativi, biblioteche, botteghe di artigianato, spazi verdi, fattorie, ecc…
In quanto elemento cardine di ogni comunità, la nuova struttura scolastica deve essere capace di fare da esempio per tutte le altre strutture. Sarà realizzata con l’utilizzo di materiali naturali e prendendo atto di tutti quegli elementi che concorrono al raggiungimento della condizione ottimale sotto l’aspetto della sicurezza, della salubrità, del confort e del risparmio energetico, senza trascurare la qualità architettonica.
Stilisticamente adattata al contesto, la nuova scuola possiede spazi esterni (luoghi didattici all’aperto) e interni che si compenetrano, coerenti con le innovazioni tecnologiche digitali e secondo le nuove modalità didattiche. Ricordiamoci che in accordo con le proposte didattiche del nuovo modello educativo (vedi sezioni precedenti) sarà indispensabile la presenza di giardini e orti di cui gli alunni stessi si prenderanno cura nell’ambito delle loro attività quotidiane.
Superate le tradizionali aule rettangolari, spoglie e prive di un qualsiasi segno di identità, che riflettevano un codice comunicativo di tipo unidirezionale, i nuovi spazi educativi saranno confortevoli e accoglienti, ma soprattutto flessibili e versatili, in grado di consentire modi diversi di abitazione e usabilità. L’ideale è rappresentato da uno spazio modulare adatto sia per attività individuali che di gruppo, facilmente suddivisibile e intercomunicabile anche visivamente con gli spazi limitrofi attraverso semplici porte.
Lo spazio laboratoriale sarà invece ben identificato, perché luogo che offre le attrezzature e le risorse idonee agli obiettivi che si vogliono raggiungere; può essere uno spazio legato al lavoro manuale o alla ricerca, che richiede attrezzature molto specializzate oppure un ambiente idoneo alle attività espressive: musica, danza, modellato, ecc. Può essere suddiviso in spazi più piccoli oppure ampliato, in base alle attività da svolgere.
La nuova struttura scolastica dovrà inoltre offrire a coloro che la frequentano aree informali, ricreative, dove potersi rilassare, parlare, giocare o dormire, fornite di arredi, acustica e illuminazione idonei.
Anche la preparazione dei pasti può avvenire in una cucina interna alla scuola e può favorire una opportuna educazione alimentare con l’organizzazione di corsi la cui frequenza può essere aperta anche ai genitori e al corpo docenti. Deve quindi essere previsto uno spazio per il pranzo, all’interno oppure all’aperto nella bella stagione.
Gli spazi a cielo aperto sono fondamentali per la creazione di un ambiente gradevole e vivibile, per influenzare positivamente i processi di apprendimento e per stimolare l’educazione alla socialità e il rispetto della natura. Dovranno essere estremamente curati e attrezzati con prati, alberi, pergolati, gazebo o tettoie.
Infine, l’atrio di questa nuova struttura sarà il punto d’accoglienza e d’incontro tra la scuola e l’ambiente esterno, un luogo di scambio di informazioni circa le attività programmate fruibili anche dalla comunità.

 

PIN – Partito Italia Nuova

Ho avuto modo di confrontarmi con diverse persone riguardo al cartone animato più amato del momento: Peppa Pig. Mi sono state date molte opinioni contastanti. Alcune mamme ritengono che sia diseducativo, altre, al contrario, che sia molto educativo. C’è chi dice che un’ossessione del genere da parte dei bambini non sia naturale, e non gli si può dar torto del tutto. E non manca chi fa notare che la forma della testa dei personaggi, senza occhi e bocca, ricordi l’organo sessuale maschile [in realtà a me ricorda prima di tutto un vecchio phon]. Ma qualche giorno fa, parlando con un amico mi sono reso conto che il danno più grande che “la Peppa” [come viene ormai chiamata in modo familiare da tutti] fa è quello che passa più inosservato. La Peppa insegna ai bambini la nomalità. La più mostruosa delle bugie. Li abitua all’idea che li aspetterà un futuro identico a quello vissuto dai loro genitori uccidendo in loro ogni speranza di eccezionalità. Ogni storia, raccontata, scritta sui libri, espressa attraverso opere teatrali o film, in qualunque era, sin dalla notte dei tempi, ha narrato sempre e solo l’eccezionalità. Non c’è nulla, al di fuori dell’eccezionalità che valga la pena di essere riportato e raccontato; e di certo non la normalità. Voi andreste al cinema, pagando, per vedere per un’ora e mezza il riassunto di una normale giornata di una qualsiasi persona? No, si va al cinema e si leggono i libri per continuare a sognare. Per dare una boccata di ossigeno a quel bambino che dentro di noi sta soffocando nella normalità di ogni giorno, che lo uccide lentamente. E questo, io credo, è quello che fa Peppa Pig, con le sue puntate che raccontano la normalità. Uccidono un bambino, in modo che nell’adulto che sarà non ve ne rimanga traccia.

Ho appena riletto i 7 libri di Harry Potter, uno dietro l’altro, tutti d’un fiato. 3678 pagine in 35 giorni [lavorando anche]. A differenza della prima volta che li ho letti, durante la quale la mia brama di sapere come sarebbe andata a finire mi faceva sorvolare sui dettagli, questa volta ne ho apprezzato molto di più la costruzione. Una trama, a mio parere ben elaborata, con dei colpi di scena non facilmente prevedibile, una schiera di personaggi, ognuno con una propria personalità ed una propria storia che vengono scoperte dai protagonisti [e dal lettore] a mano a mano che la trama si svolge, senza noia. E l’accortezza di molti dettagli che hanno reso questi personaggi credibili, vivi.

Inoltre i protagonisti, che dal primo al settimo libro passano dagli 11 ai  17 anni crescono, e le loro personalità si plasmano davanti agli occhi del lettore che cresce con loro; cosa che ha messo gradualmente in crisi i traduttori [almeno quelli italiani di sicuro].

Ma Bartezzaghi, nella sua introduzione alla prima edizione tascabile [Casa editrice Salani] esprime in poche pagine, molto meglio di me di quale capolavoro si tratti.

Dalla sua uscita, Harry Potter ha ispirato molti testi, articoli, ecc. Ognuno vi ha visto qualcosa: simbologie filosofiche o esoteriche, riferimenti storici, e chi più ne ha più ne metta.

Per esempio l’analogia tra Voldemort e Hitler, con la loro comune ossessione di creare una razza pura. E lo stesso modo di ascendere al potere.

Nel libro Harry Potter e la filosofia tutte queste simbologie ed analogia sono state ampiamente descritte e ben analizzate.

C’è poi chi ha considerato queste simbolgie una minaccia alla fede cristiana [Link] e chi invece un occasione per vederci qualcosa di costruttivo. [Link].

Anche voyager vi ha dedicato un servizio, una bella panoramica delle simbologie che si possono trovare, ma senza una conclusione, a mio parere [un po’ come tutti i servizi di questo programma… sempre a mio parere]. Anche perchè trovo ovvio che in un romanzo che parla di magia scritto da una autrice occidentale ci siano gli stessi riferimenti della magia occidentale reale. Su quale altro stereotipo si sarebbe dovuta basare la scrittrice?

In realtà anche in molti altri romanzi si possono trovare riferimenti alchemici, per lo stesso motivo. Ma ciò su cui io mi voglio concentrare sono piuttosto i “suggerimenti” alchemici [e magici] che io vi ho visto. Forse qualcuno sarà d’accordo con me.

[Premetto che mi baso su indicazioni tipicamente brizziane; io le definisco così in riferimento a Salvatore Brizzi che mi ha fatto conoscere il lavoro alchemico in modo chiaro]

 

IL TITOLO
Innanzitutto il primo libro tratta della pietra filosofale. Potrebbe quindi essere un indizio che dice: “attenzione, è di questo che parleremo”. Potrebbe essere quindi considerato un titolo di ciò che vi è poi nascosto dentro.

OCCLUMANZIA

Il nostro protagonista, Harry, viene avvertito diverse volte di chiudere la propria mente grazie all’occlumanzia, altrimenti Voldemort avrebbe potuto “infilarvi dentro” delle false informazioni per spingerlo ad agire in un determinato modo [cosa che comunque poi accade nel quinto volume]. Questo ricorda ciò che i sistemi occulti stanno facendo in questo momento storico, utilizzando diversi mezzi [TV e mezzi d’informazione di massa] per entrare [ripetutamente e con costanza] nella testa delle persone.  Noi siamo i creatori della nostra realtà al 100%. Immaginate che per un ora al giorno miliardi di persone vengano obbligate a pensare a cose negative, guerre, malattie, omicidi, ecc… tutti i giorni della loro vita. Creerebbero una realtà di sofferenza. E questo è quello che succede tutti i giorni guardando il TG. Ogni giorno la nostra mente viene martellata ed infarcita di pensieri negativi, e quando non è il TG sono le altre persone, che ripetono a pappagallo ogni cosa negativa che sentono [oh, hai sentito di quello là che è morto? Eh, che brutta fine… ecc…] Immaginate ora, invece, di usare quella stessa ora, e soprattutto con la stessa costanza [questo particolare è FONDAMENTALE] per meditare e creare pensieri positivi. La vostra vita verrebbe letteralmente ribaltata.

COSTANTE VIGILANZA

In Harry Potter e il calice di fuoco Malocchio Moody, insegnante di Difesa contro le Arti Oscure insegna a difendersi contro la maledizione Imperius, la quale permette a colui che la scaglia di controllare completamente “l’affatturato”. Malocchio ripete continuamente ai protagonisti “costante vigilanza”. Il riferimento quì è al Ricordo di Sè, la cosiddetta “Presenza”. Essere nello stato di ricordo di Sè, quindi con una parte dell’attenzione rivolta verso l’interno, permette di vedere che cosa accade dentro di noi, e previene la possibilità di essere controllati da qualcun’altro. Anche nella realtà esiste la maledizione Imperius, e si chiama Mancanza di Consapevolezza. Quando non ci si ricorda di Sè si è schiavi. Innanzitutto lo si è degli impulsi della propria macchina biologica. E in secondo luogo lo si è dei condizionamenti che arrivano dall’esterno, soprattutto dai già citati mezzi di comunicazione, nei quali possiamo includere anche la pubblicità: uno dei mezzi più potenti.

RITORNO E RICORRENZA

E’ la tendenza a rifare sempre le stesse cose, e a ritrovarsi nelle stesse situazioni cadenzialmente, come se il tempo si richiudesse su se stesso in un cerchio. In effetti il tempo non è lineare come saremmo portati a credere, ma piuttosto un cerchio che con la nostra evoluzione/involuzione può diventare una spirale ascendente o discendente. I protagonisti tendono a rifare ciò che avevano fatto i loro genitori. Anche questo fattore è dato dalla mancanza di consapevolezza. La Vita ci ripropone le stesse sfide finchè non le superiamo, permettendoci di salire alla spirale superiore.

IDEA DELLA MAGIA E IL POTERE DIETRO AL MAGO

Vorrei poi aggiungere un paio di postille che fanno riferimento più alla magia che all’alchimia, ma un alchimista è pur sempre anche un mago. L’idea che la Rowling trasmette della magia è abbastanza realistica, a mio parere. Se si analizza nel complesso la septilogia si vede che la quasi totalità dei maghi non fa altro che puntare la bacchetta e recitare [ad alta voce o mentalmente] una formula per rendere concreta un intenzione. Ci sono poi Voldemort che porta questo modo di fare all’estremo, e Albus Silente che invece agisce in un modo completamente diverso. Silente parla del potere dell’Amore come di una forma di Magia. Su questo concetto è imperniata buona parte della trama perchè proprio grazie a questo tipo di magia messo in atto dal sacrificio di sua madre, Harry è protetto dalla magia di Voldemort. Silente dà importanza agli atti simbolici, e di questo si fa menzione una sola volta nel settimo volume. Nella magia reali tali atti simbolici sono condizionamenti del subconscio [personale e collettivo] che permettono l’alterazione della realtà e la manipolazione delle energie. Sempre rimanendo in tema di subconscio si fa menzione [non ricordo più in quale volume] del potere che sta dietro il mago. Viene detto, da uno dei protagonisti, che la magia di cui si fa menzione necessita di un grande potere da pare del mago. Allo stesso modo gli studenti facenti parte dell’Esercito di Silente non riescono ad evocare il patrono, perchè mancano del controllo emotivo necessario per riuscire. E sempre nel settimo volume Bellatrix Lestrange schernisce un fallito tentativo di Harry di fare una maledizione Cruciatus [che provoca laceranti sofferenze] dicendogli che per riuscire lo si deve volere veramente. Tutti questi esempi richiamano l’attenzione al fatto che la conoscenza mentale è solo una parte di ciò che serve al Mago per esercitare il proprio potere. Il vero Potere viene dall’esperienza; dal corpo emotivo.

Il Caso

Il caso non esiste. Non può esistere in un universo in cui la coscienza permea ogni atomo. Ogni avvenimento è la scelta di qualcuno. O no? Cosa succede quando non scegliamo? Il nostro subconscio sceglie per noi. Il nostro subconscio, quella massa di convinzioni più o meno indotte che ci portiamo dietro e che agisce quando non siamo consapevoli. Il caso dunque esiste, sì, nella misura in cui crediamo in esso.

Guardandomi attorno vedo continuamente cambiamenti. Uno di quelli che ho notato negli ultimi anni è la crescita esponenziale della passione per gli animali (cani e gatti soprattutto), che, come ogni cosa che si diffonde in fretta, non sempre si rivela essere equilibrata. Se avete un cane, soprattutto un cucciolo, vi capiterà di essere fermati ogni dieci metri da gente che se lo vuole “spupazzare” (con gran soddisfazione del cucciolo che prende coccole extra). Ha iniziato perfino a girar voce che il modo migliore di rimorchiare sia portare a spasso il cane, il quale sicuramente si fermerà a socializzare con un esemplare del sesso opposto, dando la possibilità al padrone di fare la stessa cosa (questa scena ricorda un po’ un cartone della Disney, e ad essere sinceri ci sono più probabilità di trovare la persona giusta in questa maniera, che in una discoteca piena di gente). Vale la stessa cosa anche per i cuccioli d’uomo (qualcuno li chiama anche bambini). Quante volte vi capita di vedere la scena in cui qualcuno si ferma a guardare un bambino esordendo la solita frase (almeno qui al nord): “ma caaaarooo luiii!”.

Sono convinto che tutto questo abbia uno scopo (come non potrebbe?), e credo che questo scopo (quindi causato, non un effetto collaterale) sia il portare le persone all’abitudine di provare sentimenti superiori come la tenerezza. Risulta spesso molto più semplice dare amore ad un animale, in quanto l’ego non si frappone tra noi e lui.

Questo però, come ogni altra cosa, raggiunge sempre degli estremi, in quanto l’uomo è un esploratore [o un esplorazione] e quindi siamo arrivati al punto in cui molte persone tengono piccoli cani isterici, delle dimensioni di un criceto o poco più, al puro scopo di trattarli come se fossero dei figli della loro stessa specie…

Il cane deriva dal lupo, e come ogni altro essere vivente ha una dignità, che deve essere rispettata. L’uomo, attraverso i secoli, ha “ricavato” [passatemi il termine solo perchè non ne trovo altri] questo animale da una specia già esistente, e l’ha plasmato a seconda dei propri bisogni trasformandolo in aiuto per la caccia, la pastorizia, la guardia, e infine per la compagnia. E quest’ultimo è lo scopo per cui quest’animale [soprattutto le specie di piccola taglia], viene più impiegato ora. Nella sua inconsapevolezza, e grazie alla lentezza di questa trasformazione, l’uomo ha plasmato il cane a sua immagine e somiglianza [quante volte si dice che un cane assomiglia al padrone?] passandogli anche le proprie nevrosi.

Ora il cane  non è più necessario nè per la caccia nè per la pastorizia, quindi rimane l’ultimo scopo: la compagnia.

Trovo sia più che giusto dare ospitalità ed amore ad un altro essere vivente. E sicuramente non approvo chi maltratta  gli animali, che come dicevo hanno una dignità. Ma questa dignità è quella di una specie diversa dalla nostra. Il gatto, per esempio mantiene una maggiore dignità [spesso scambiata per indifferenza] rimanendo autonomo, non dipendendo dall’uomo. Spesso questo viene considerato opportunismo, ma è giusto così: il gatto prende ciò di cui ha bisogno, e dà ciò che si sente di dare, in pura libertà ed autonomia. Senza quell’attaccamento e quell’adorazione totale e assoluta verso il padrone che spesso hanno i cani.

L’uomo è destinato a sperimentare molte situazioni, ed in questo momento storico, l’occidente in particolare, sta sperimentando la possibilità di dare amore con minore responsabilità. Perchè dare amore ad un animale è più semplice che crescere un figlio. Infatti sono sempre di più le coppie che invece di avere un figlio, hanno un cagnolino. Però il prezzo da pagare, spesso, è la dignità del cane.

 

 

Quando abbiamo di fronte qualcuno che vuole prosciugare le nostre energie, e ce ne rendiamo conto, viene naturale cercare di difendersi. Girano, soprattutto nell’ambiente della cosiddetta “spiritualità” molte tecniche per creare uno schermo. La pecca di queste tecniche è che mettono chi le esegue nella condizione psicologica di chi è sotto attacco, in una condizione di difesa, e quindi allineato con la vibrazione della Paura. In questo modo si va ad occupare proprio il ruolo da vittima che il nostro carnefice vuole che giochiamo*. Schermandosi non si fa altro che “difendere il territorio”, ma così facendo si parte già in condizione di svantaggio perchè sarà solo questione di tempo prima che le barriere cedano lasciando passare l’energia dell’agressore; soprattutto in un gioco come questo dove chi attacca non si stanca ma, al contrario, si rafforza a mano a mano che chi difende si indebolisce. L’unico modo che abbiamo per vincere è affrontare l’Avversario. Renderci conto che, come ogni cosa che entra nella nostra vita viene attratta da noi, anche il quel momento è così. Una parte di noi ha attratto quella persona/situazione che tende a prosciugarci sempre più a mano a mano che tentiamo di resistergli. L’unica via d’uscita è accorglierla, sinceramente e profondamente; allora ci si allinea con l’energia del Divino, e vi ergete al di là della dualità vittima/carnefice. E ci si rende conto che la vera battaglia non era tra Voi e quell’Avversario, ma tra l’Amore e la Paura, dentro di Voi.

 

* vale la stessa cosa in tutte le relazioni interpersonali, che poi non sono altro che relazioni energetiche.

Che un evento debba essere straordinario per avere un significato? All’interno di un paradigma in cui ogni cosa è scelta da una mente universale non può essere così. Ogni minimo dettaglio deve essere stato fatto con un significato; un graffio su un palo della luce, l’ordine dei sassolini della ghiaia, la forma della nuvole, la penna caduta in una posizione piuttosto che in un’altra. Ogni cosa ha un motivo. Le leggi della fisica ci dicono come, ma non perché. Ci fanno scoprire il modo, ma non il significato.

Quindi perché dovremmo considerare significativi solo eventi al di fuori dell’ordinario? Se vediamo per caso una scritta che risponde ad una domanda che ci siamo appena posti, questo è un evento straordinario. Ma non riusciamo a considerare altrettanto denso di significato la forma che prende una nuvola, un pezzo di pane strappato o il sugo della pasta… ma il fondo del caffè sì? *

Questo significa credere in un inesistente ordinario, in un universo privo di straordinarietà che come un grande orologio procede secondo leggi meccaniche e, di tanto in tanto, se ci credi, una mente universale, o forse dio, o chissachì altera questa ordinarietà solo per noi, per portarci un messaggio. Perché dovremmo credere che Lui/Lei intervenga solo saltuariamente, e non decida invece istante per istante ciò che vuole creare?

Forse per paura che, se così fosse, dovremmo interpretare ogni cosa che ci accade come significativa, e perderemmo la capacità di distinguere cosa è un messaggio e cosa non lo è. Perderemmo la nostra sensazione di certezza, di un terreno fermo sotto i piedi per la nostra salute mentale.

Eppure chi intraprende un viaggio spirituale impara ad addentrarsi, con coraggio, proprio in questo territorio sconosciuto, mollando gli ormeggi della certezza e del conosciuto per entrare nel mondo del simbolo dove la novità si può manifestare, ed impara a rimanere all’erta per cogliere quei significati che altrimenti sarebbero passati inosservati davanti ai suoi occhi, e che gli indicheranno la Via verso ciò che cerca.

* [Le carte dei tarocchi hanno un ordine sparso, se non le leggi, ma se le leggi quello stesso ordine svela un significato. E per questo motivo, chi sa leggere i tarocchi, considera anche il significato di una carta caduta per terra “per caso”.]

Un po’ di politica?

In principio era l’intuizione.
La parte femminile dell’Uomo, in tutte le sue forme, supera la logica maschile della ragione. Nessuna Legge può impedire questa evoluzione.
Quando una Legge nasce con il proposito di essere “contro” nasce male. Questo accade quando si vuole ipocritamente affrontare una questione senza volerla effettivamente risolvere.

È fondamentale che i “politici” che fanno le Leggi imparino ad indirizzare le loro energie a favore di una maggiore consapevolezza civica, invece che falsare immoralmente il vero per imporre con l’inganno il possibile. Anche il migliore dei propositi può naufragare, se lo si indica nel pieno di una rissa.
Mi riferisco in particolare all’ultima Legge “contro” emanata dal Parlamento, ossia quella sul femminicidio e sull’omofobia.

Con quale ipocrisia il Parlamento della Repubblica Italiana emana una Legge nella quale sono previste pene per le discriminazioni contro gli omosessuali se il primo a discriminarli è proprio lo Stato?
Uno Stato che vorrebbe mettere il suo timbro di “legalità” alla natura.

In fondo la legalità non è altro che una convenzione sociale. Nulla di più! E non ha il potere di stravolgere ciò che in natura esiste da sempre. Da marzo a ottobre possiamo dichiarare che sono le tre del pomeriggio anche se sono le due, ma questo non significa aver spostato il sole. È ipocrita fare una legge contro l’omofobia quando è lo Stato stesso, negando il suo assenso alle Unioni Civili, a porre un veto morale sull’omosessualità. La mente dei politici – e di conseguenza delle molte persone che li proiettano nelle istituzioni – funziona solo per sottrazione, ovvero: riconoscere il diritto agli omosessuali di unirsi civilmente come coppia significa diminuire lo stesso diritto alle coppie eterosessuali. Non ha senso! L’estensione di un diritto in questo caso è solo il riconoscimento di ciò che in natura esiste. Non occorre quindi una legge ipocrita contro l’omofobia se si vogliono autenticamente evitare discriminazioni. Questa può servire solo come diversivo alla propria coscienza. Il rispetto, la reciproca solidarietà e l’armonia sociale si possono ottenere solo se s’indirizzano gli sforzi a consolidare uno spirito di accoglienza pieno da parte della Comunità nei confronti di tutti quegli individui tenuti fino ad oggi in ombra. È questa emarginazione che ha prodotto una cultura “contro” e può essere cancellata solo da un atto di coraggio che metta in luce quegli angoli della nostra essenza umana che la morale di questa Società ipocrita ha censurato in pubblico per abusarne in privato.

In paesi come la Spagna, dove da ormai 10 anni la Comunità riconosce l’Unione Civile delle coppie omosessuali, una delle conseguenze più importanti che davvero contribuiscono a formare una cultura dell’accoglienza è che i bambini fin dalle scuole elementari imparano che non c’è nulla di male, nulla di cui vergognarsi se due persone dello stesso sesso si amano e vogliono stare assieme alla luce del sole. Fra 30 anni in Spagna a nessuno verrà in mente di discriminare il compagno di scuola, di lavoro o l’amico perché omosessuale. Così come accade già da 40 anni in Olanda.

Caro Stato italiano, la tua legge contro l’omofobia non potrà nulla contro quei ragazzini che a scuola prendono in giro ed emarginano i compagni perché sono gay, spingendo loro al gesto estremo di togliersi la vita. Smettetela voi politici di tutti i colori con queste pantomime. Molti italiani non se la bevono più nonostante la Tv di regime, la stampa di regime, e le sciocchezze compassate al limite del ridicolo che raccontate con quella posa asettica e priva d’animo che assumete quando commiserate i morti a causa della vostra codardia.

Stessa cosa vale per il “femminicidio”. Il femminile è offeso e dileggiato quotidianamente dal linguaggio che usate, dalla postura che assumete, dalla volgarità con cui vi rivolgete tra di voi e che fate in modo sia riservata ai Cittadini da buona parte della Pubblica Amministrazione. In quest’ultime settimane il veleno è uscito a fiumi dalle bocche di molti di voi, odio, occhi sprizzati di sangue, richieste di ghigliottina, barricate “contro” questo e “contro” quello. Non si cambiano le cose con una Legge, ma con l’esempio! Voi per primi dovreste dare l’esempio, e invece cosa fate in ossequio all’energia femminile dell’accoglienza, dell’ascolto, della riflessione, della forza di volontà che si dimostra con la grinta e la costanza negli obiettivi quotidiani? Vi insultate, urlate, vi maledite, vi parlate addosso, non vi ascoltate, non siete capaci di collaborare. Voi siete i primi a umiliare quell’energia femminile che volete farci credere di voler difendere con un’altra legge farsa. Sapete bene che questo rafforza invece soltanto il vostro salvacondotto per lo Status Quo: dividete le persone, gli individui, l’umanità, i cittadini, volete che si scannino tra di loro per dominarli meglio, per piegarli sempre a un volere superiore a cui voi stessi dite spesso di essere assoggettati: Europa, Euro, Fondo Monetario, OCSE, Spread, ecc…

È il potere fine a se stesso, quello che credete sia nelle cose che fate e non in ciò che siete, che vi logora. Ne siete schiavi, come lo era il Gollum che prima del giovane Frodo aveva tenuto per sè l’Anello che lo ha consumato. Nello spettacolo che date non c’è nulla di femminile, qualunque colore siate, chiunque vogliate giustiziare, chiunque vogliate salvare. Di cosa parlate? Nessuno lo capisce. Il Centrodestra parla del ticket Meloni-Tosi, ma il ticket non era quello sulle medicine? Sulle tasse parlate del cuneo fiscale e in molti hanno creduto che fosse un privilegio solo per gli abitanti di Cuneo. Ogni giorno con la complicità dei vostri media di regime avvelenate il cuore e la mente degli individui con notizie drammatiche, immagini tragiche. Parlate della crisi economica e non avete il coraggio di dire che l’Euro è stato creato per far guadagnare gli speculatori affamando i popoli. Voi siete complici di questo stato di cose. Qualcuno tra di voi dice che vuole chiedere l’Impeachment per Napolitano se darà la grazia al “potente”, ma non si è sognato di chiederlo per tutti gli atti che ha controfirmato davvero a favore dei Potenti: banchieri, speculatori e finanzieri senza scrupoli. Basti pensare al Trattato di Lisbona, al MES, al Fiscal Compat e all’introduzione del pareggio di Bliancio in Costituzione (Art. 81). A questi Potenti (perché sono davvero POTENTI) nessuno oserebbe fare un processo. Questo Paese è esanime e lo state finendo voi che avreste la responsabilità di risollevarlo perché vi è stato dato il consenso popolare. Ed è proprio questo consenso il vostro limite. Per cercare di accontentare tutti non accontentate nessuno. Siete senza Coraggio (cor-agere significa agire con il Cuore=intuizione=femminile). Lottate per la prevaricazione e la sopraffazione e solo per i vostri interessi o per codardia vi limitate a mantenere il vostro impiego, ammettendo a voi stessi che tanto non potete fare nulla neppure voi. Tutto questo è imbarazzante. Voi fate le Leggi quando le Leggi sarebbero da cancellare perché ce ne sono troppe. Fate credere ai Cittadini che: “la Legge non ammette ignoranza”, quando sapete benissimo che è come far dichiarare loro: “siamo degli idioti e ce lo diciamo”. 50 leggi si possono più o meno imparare, così come a scuola si imparano i nomi dei fiumi, delle capitali e le tabelline, ma non venite a dire che ciascun Cittadino dovrebbe conoscere le 138 mila Leggi dello Stato italiano!!! Parlate di Lavoro e non avete il Coraggio (* vedi sopra il significato) di dire che un Paese che non sa coltivare le proprie terre, che non sa tramandare l’arte dei propri mestieri alle nuove generazioni e che rinuncia ai suoi beni artistici e architettonici e alle sue risorse naturali è destinato ad essere spazzato via in breve tempo. Avete fatto credere agli italiani che tutti i ragazzi dovessero diventare dottori, tutti alle Università per prepararsi alla disoccupazione o al precariato esistenziale, così la tensione sociale poteva essere tenuta sempre ai massimi livelli. Dove sono i fabbri, i falegnami, i decoratori, i ceramisti, ma anche solo gli agricoltori, gli allevatori? Nessuno vuole più fare questi lavori perché sono tutti dottori.  E intanto dalla piccola botteguccia a Capua, nel casertano, che vende le mozzarelle DOP di Bufala, passando dalle Reception di tutti gli alberghi in cui sono stato nel mio lungo viaggio in Italia questo ultimo mese, fino ad arrivare alle campagne pugliesi dove si raccolgono uva, anguria, olive… ebbene qui ci sono tutti Cittadini stranieri che lavorano a centinaia. Gli italiani qui non ci lavorano! E smettetela con queste sceneggiate in TV sulla disoccupazione. Se davvero vi interessasse risolvere le urgenze di questo Paese allora davvero le cose cambierebbero. Servirebbero poche cose per riprendere il ciclo evolutivo: ritorno alla moneta sovrana con cambio fisso sul dollaro, investimenti e incentivi legislativi su Agricoltura, Allevamento, Artigianato, Turismo e Beni Artistici e Architettonici e utilizzo delle risorse naturali per la produzione di energia. Da qui, assieme ad una profonda riforma scolastica e a un piano nazionale di ristrutturazione e manutenzione straordinaria e ordinaria infrastrutturale ed edilizia (ovunque lungo lo stivale è uno scempio anche solo per piccole cose: dalle ringhiere arrugginite, alle strade piene di buche, alla Reggia di Caserta il cui giardino antistante sembra uno scenario post atomico. Ma anche solo la sporcizia dei numerosi parchi pubblici abbandonati a se stessi, la muffa sui monumenti, le ragnatele sulle volte dei musei, i portici dei teatri dell’Opera che puzzano di urina, la segnaletica divelta, e molto altro che chi legge potrebbe aggiungere alla lista senza cercare polemica, ma come spunto per provvedere a risolvere). Il nostro Paese, unico al mondo per clima, paesaggi, natura, cultura, enogastronomia, artigianato e beni artistici potrebbe essere tra i più prosperi al mondo. Invece cosa abbiamo imposto a questa nostra nazione, a questo Popolo stanziato su un territorio che si da una giurisdizione e una moneta e si fa chiamare Stato italiano? Abbiamo tolto la moneta e l’abbiamo data a privati speculatori che ce la prestano con gli interessi per poi farci sapere attraverso i loro media che abbiamo il debito. Costringiamo a gettare il latte delle nostre mucche, le arance, il frumento e i frutti della nostra terra per favorire il mercato comune, ovvero sempre gli stessi speculatori. Non facciamo che emanare normative sempre più assurde costringendo le piccole e medie aziende a lavorare ai limiti della vostra ridicola legalità per poterle ricattare e tartassare. La Pubblica Amministrazione che dovrebbe essere il punto di riferimento per il Cittadino, l’impresa, l’insegnante, il professionista, l’artigiano, il commerciante, diventa invece il nemico giurato pronto ad ostacolarti o sanzionarti. Questo accade all’Italia mentre voi vi scannate, vi odiate, v’insultate, vi promettete guerra e cercate l’ennesimo capro espiatorio da sollevare sul patibolo per distrarre il Popolo dal crimine che i vostri superiori nell’ombra, grazie alla vostra codardia e in qualche caso complicità, stanno compiendo ai danni del nostro Paese. Parlate di tasse ma non siete in grado di fare i conti più semplici. La vostra capacità di far di conto è paralizzata in un loop di mediocrità. L’Italia ha bisogno di una riforma fiscale radicale. Tutti i guadagni dovrebbero entrare nelle tasche di chi lavora senza alcuna trattenuta, al lordo. Ciascun Cittadino che abbia un reddito da lavoro o pensione (che deve essere minimo per tutti di 18 mila euro l’anno) dovrebbe pagare una tassa fissa di 3 mila euro allo Stato e se guadagna di più, paga in percentuale il 15% dei suoi guadagni. Così facendo il sangue dell’economia e della produzione ritornerebbe a scorrere in questo Paese. Dovete mollare la presa che state stringendo al collo del nostro sistema fatto di piccole e medie imprese, di persone che lavorano e vogliono risparmiare, di coloro che hanno desideri da realizzare. Se il sangue non circola, come in qualunque altro corpo, inizia la cancrena prima alle zone limitrofe poi si espande agli organi vitali, fino a far sopraggiungere la morte. Il nostro Paese ha un prodotto interno lordo dichiarato di 800 miliardi di Euro e un sommerso di 267 (stimati – dati Istat). In tutto stiamo parlando di un potenziale di oltre 1000 miliardi. Sono ormai pochi coloro che vogliono investire in questa Italia diventata Stato di polizia, che vessa chiunque abbia voglia di realizzare qualcosa di utile per se stesso e per la Comunità. Vi state approfittando di tutti coloro che pensano di non aver diritto a realizzare i propri Desideri e i propri sogni e secondo voi si dovrebbero accontentare dell’elemosina di Stato (reddito di cittadinanza), così volete produrre nuove masse di schiavi che in cambio di qualche briciola sarebbero disposti ad avvallare ciò che di male siete disposti a compiere ai loro danni, a loro insaputa. Se create odio, violenza, volgarità, recriminazione, vendetta, ipocrisia, falsità… tutto questo vi tornerà indietro. Quell’energia vi punirà perché “chi di spada ferisce, di spada perisce”. È successo sempre così nella storia. Chi fa la guerra prima o poi viene ucciso, chi cerca consensi sulla questione “morale” viene spazzato via da quella falsa morale che aveva cavalcato (vedi Di Pietro, la Lega Nord…), chi fa credere che la vita sia solo soldi e belle donne viene travolto da questo (vedi Berlusconi), chi indica gli omosessuali come peccatori deve fare i conti con gli scandali relativi (vedi la Chiesa). Quando 2000 anni fa quell’Uomo andava in giro a dire: “Voi non giudicate e non sarete giudicati”, “perché guardi la pagliuzza nell’occhio di tuo fratello e non vedi il trave che è nel tuo” e aggiungeva “beati i perseguitati dalla giustizia” e ancora “porgi l’altra guancia”… ebbene quest’Uomo diceva cose che dopo 2000 anni possono ancora farci riflettere. Non è nell’altro che dobbiamo cercare il miglioramento, ma in noi stessi. Ciascuno deve essere l’esempio e nessuno può chiedere ad un altro di essere migliore se per primo non lo è lui (i politici non riflettono altro che il lato oscuro di ciascuno di noi con cui non vogliamo fare davvero i conti). Gli altri sono solo il nostro specchio, la scusa per non agire su noi stessi. Chi oggi urla odio, vendetta, giustizia sarà inevitabilmente travolto da questa energia. Serve un po’ di amore in più, per noi stessi e per la nostra Comunità. Occorre davvero scambiarci un segno di pace, sederci attorno a un tavolo e sforzarci di essere sinceri, perdonarci vicendevolmente e ricominciare. Non accontentiamoci però di una liturgia, di simboli privi di contenuto. Carichiamo di significato ogni nostra piccola azione quotidiana. Questo basterà a dissolvere l’attuale sistema di Dominio e di prigione in cui noi stessi siamo i carcerieri.
Prima o poi anche le tecniche migliori di dissuasione di massa non funzioneranno più. Nel Cuore di sempre più persone si sta levando un bagliore di luce. È la fierezza dei Re che non cercano vendetta, che non spargono odio, che non seminano violenza, che non giudicano il prossimo, che sanno che ogni cosa dipende dalle loro scelte e vogliono con Responsabilità riprendere le redini delle proprie sorti e della propria Comunità. Ciascuno di noi merita di realizzarsi, ma occorre prima lo sforzo di conoscersi, di Essere autenticamente se stessi e smetterla di credere di essere qualcuno. Ogni giorno c’è chi lo sta già facendo, e sono sempre di più coloro che si stanno muovendo in questa direzione. Saremo presto così tanti a sorriderci, ad abbracciarci, a collaborare, a sentirci appagati dai traguardi raggiunti che questa realtà così deprimente sarà cancellata e non sopravviverà.

Armando Siri

Fonte: http://www.partitoitalianuova.it/pin/le-idee/una-legge-puo-spostare-le-lancette-di-un-orologio-ma-non-il-sole

Cos’è il Potere? Potere, prima di essere un sostantivo, è un verbo: io posso; tu puoi; egli può. Ma possiamo veramente? C’è qualcosa che possiamo veramente fare? I più grandi Maestri sono concordi nel dire di no; nell’affermare che la quasi totalità della nostra Vita è dominata dalla meccanicità. Ogni nostra azione nasce dalla necessità di uno dei nostri corpi, non dalla vera Volontà. Mangiamo perchè il nostro corpo reagisce all’impulso di sopravvivenza procurandosi del cibo. Scegliamo il cibo in base agli stimoli che vengono inviati alla nostra mente, e quando non siamo spinti da questo, lo siamo dagli stimoli del corpo che ci suggerisce di cosa ha bisogno. Intratteniamo rapporti personali perchè non siamo in grado di stare soli con noi stessi, e la nostra mente ha bisogno di scambiare impressioni e conferme con altre persone come noi. E tutto ciò che facciamo si riduce alla soddisfazione di uno stimolo del corpo fisico con i propri bisogni, del corpo mentale con i propri schemi, del corpo emotivo con i propri traumi, o del corpo sessuale con i propri impulsi. Oppure ad una combinazione di questi.

Possiamo quindi veramente scegliere? Ma soprattutto, chi siamo noi, che ci stiamo ponendo questi interrogativi? Questa domanda è fondamentale, perchè la Volontà è una facoltà, un’espressione dell’Anima.

Finchè rimaniamo identificati con parti di noi, con i nostri corpi ed i loro bisogni, anzichè con il nostro vero essere, ovvero l’Anima, non possiamo fare nulla. Soddisfiamo necessità, nient’altro. L’identificazione è sottomissione. L’unico modo che abbiamo per poter fare qualcosa è Essere. Se Sei allora Puoi. Sei connesso con la Divinità che Sei, e quindi Puoi: hai il Potere.

La Maestria

Molte volte, con un amico, mi sono ritrovato a valutare la validità di un percorso [che si trattasse di una disciplina fisica, mentale, emotiva o altro] e la conclusione è sempre stata la stessa: la Maestria. Ovvero, nessuno eguaglierà mai un Maestro nella Sua Arte, perchè la Via che Egli ha creato è il compimento del proprio Percorso, che può aiutare tutti ma illuminare nessuno. L’unica Via che può portarci dove siamo destinati ad arrivare è la nostra, e solo così svilupperemo la nostra maestria. Non esiste altra maestria che la Maestria di Se Stessi.

 

“È quando cammini e non hai paura della vita.
È quando sei sereno e gli altri non lo sono.
Le situazioni che causerebbero dramma negli altri non lo causano in te.
È quando il mondo è nel caos e tu cammini in esso e non senti il caos, senti invece,
a un certo livello, la saggezza dei secoli.

Sai perfettamente che non ti influenza e non ti tocca.
È quando qualcuno ti grida contro e ti chiama con una brutta parola e
la tua prima reazione è domandarti se ha ragione!

Questa è la maestria.
La prima reazione Umana sarebbe di controbattere.
La prima reazione di un maestro è
l’auto-controllo per la propria integrità.

Benedetto è l’Essere Umano che questa sera l’ha chiesta
perché inizierà a vedere un cambiamento nella sua vita
e la Terra sarà un posto migliore grazie a quello che avete fatto.”

KRYON

 

Fonte: http://www.visionealchemica.com/cose-la-maestria/

“mamma, mammaaa, entiamo quì dento?”, “no, stanno chiudendo. Andiamo!” …e sono le 11 del mattino. O.o

Quale negozio chiuderebbe alle 11 del mattino?! Casomai apre a quell’ora, se proprio il commesso/proprietario avesse avuto un colpo di sonno! Da quì parte la mia riflessione; una scena che ho visto centinaia di volte fuori dal negozio in cui lavoro; e che posso capire, visto che essere genitore, soprattutto dei nuovi bambini, non è assolutamente semplice. Sono attratti da mille stimoli e hanno energia da vendere, mentre noi partiamo svantaggiati perchè siamo già stati martellati a sufficienza dalla vita, ed abbiamo le nostre preoccupazioni.

Ma cosa causa questo nel bambino? Quali sono le conseguenze di un gesto eseguito così alla leggera? Noi pensiamo che l’effetto di quella risposta si fermi lì, al momento stesso in cui il bambino passa oltre la vetrina, pochi secondi dopo. Ma in realtà pensiamo così perchè nella nostra testa c’è già un pensiero che consideriamo più importante e che prepotentemente aspetta di riprendere il proprio posto dopo la distrazione che ci ha appena attraversato la mente. Ma per il bambino non è così. La sua mente è vuota e pronta ad apprendere, ed il minimo dettaglio viene colto e registrato.

E’ semplice capire l’effetto sul bambino nella classica scena in cui un genitore entra in un negozio dicendo al proprio bimbo di non toccare nulla [per il timore di creare un disagio tra se stesso e il venditore o le altre persone], ma quando poi il genitore prende in mano un articolo a cui è interessato, il bimbo [giustamente] si chiederà perchè lui invece non possa toccare [soprattutto visto che il tatto è una delle vie di apprendimento nei bambini]. Non può capire che la convenzione sociale della buona educazione impone il buon senso di toccare qualcosa solo se si è veramente interessati per non sciupare gli articoli più del dovuto. Ovviamente è compito di un genitore insegnare anche questo, perchè poi i figli dovranno stare nella società una volta cresciuti. Ma, se non glielo si spiega, la lezione che il bimbo impara è quella data dall’esempio del genitore che dice di non toccare, e poi si comporta nel modo opposto.

I bimbi imparano per imitazione. Imparano assorbendo la conoscenza dall’atmosfera, come diceva Raffaele Morelli.

Molto più sottile è quindi il meccanismo della bugia. In quest’epoca dove gli adulti non sanno leggere le energie, il genitore si ritrova a dire una bugia [secondo lui/lei a fin di bene] al bimbo, per risolvere nel minor tempo possibile quello che lui/lei vede come un problema [o meglio un ostacolo ai suoi programmi]. Quindi parlerà con la consapevolezza di non star dicendo la verità. Il bimbo a sua volta “vede” le energie che si creano nel genitore mentre dice la bugia, ed assorbe l’atteggiamento. Impara a dire le bugie. Impara a manifestare una energia di incoerenza come quella che il genitore stesso ha manifestato nel momento in cui ha mentito.

Non ci si può aspettare che i nuovi bambini imparino attraverso gli ordini impartiti. Bisogna accompagnarli nella gestione della conoscenza che hanno già dentro di sè, perchè l’apprendimento delle buone maniere non li renda, col tempo, sconnessi dal loro vero Sè, come lo siamo noi; per non rischiare di lobotomizzarli con dogmi castranti che gli impediranno di essere le persone vere che sono destinate ad essere.

Crescere un figlio con una conoscenza spontanea significa anche accettare di essere noi ad apprendere da lui, talvolta.

Cosa distingue un sogno dalla realtà? Nulla. In realtà, per la mente entrambi sono reali, nel momento in cui vi si è immersi. Cosa ci permette allora di distinguere la realtà dal sogno? La continuità. Perchè quando ci svegliamo dal sogno sappiamo che poco prima stavamo sognando, mentre, quando siamo nel sogno non possiamo sapere che stiamo sognando (sogni lucidi esclusi, ovviamente). Cosa accadrebbe se quello che adesso consideriamo il mondo dei sogni avesse una continuità logica? Se ci addormentassimo nel mondo dei sogni per svegliarci in quello che consideriamo normale? Non sarebbe come vivere due vite parallele? Come potremmo distinguere quale delle due è reale? E non finiremmo forse per preferire una delle due vite all’altra? Sarebbe una buona trama per un libro… ma non era di questo che volevo parlare…

Nel momento in cui si eseguono esercizi per il risveglio spirituale ci si rende conto che vale la stessa regola. Ecco perchè si chiama Risveglio. Esistono vari gradi di sonno, e per quano possiamo esser più svegli di uno stato di sonno più profondo in cui eravamo precedentemente immersi, saremo sempre comunque addormentati in una certa misura. Questo perchè la coscienza non ha limiti. La coscienza si può espandere finchè c’è spazio, e lo spazio è infinito.

[precisazione: non grande grande grande… infinito!! SENZA FINE!!]

Nei momenti di “presenza”, quando si è nel quì e ora ci si ricorda degli altri momenti di presenza, e nasce così la consapevolezza di essere addormentati il resto del tempo. Basta provare ad entrare in stato di presenza ogni volta che si esegue una azione quotidiana di un certo tipo, tipooo… attraversare una porta. Supponiamo che vi dobbiate ricordare di essere presenti a voi stessi nel momento in cui attraversate una porta [ogni porta]. Uscite dalla porta di casa e vi ricordate di voi, poi uscite dalla porta del condominio e vi ricordate di voi. Salite in macchina e vi recate al lavoro, ad un certo punto, mentre vi preparate per lavorare, la consapevolezza prende il sopravvento e vi ricordate che non vi siete ricordati di voi quando avete attraversato l’ingresso del posto di lavoro. Ed ecco, in quel momento siete svegli e vi ricordate le cose che dovevate fare da svegli, come ricordarvi di voi. E per tutto il resto del tempo, dove eravate?

 

Thanx to:

http://www.antipodiedizioni.com/pagina_risveglio.htm

Fare

Mi sto rendendo conto che non possiamo fare niente. Sì, i sintomi del Cambiamento ci sono, li vedo. Ma sarebbe avvenuto comunque, perchè i tempi sono maturi. La Terra ascenderà comunque e noi ci eleveremo. Comunque. Ma non possiamo fare niente per questo, nè contro; era già scritto. Succederà, che lo vogliamo o no. Siamo già da un parte o dall’altra, che lo vogliamo o no, a causa delle scelte passate o di una impostazione natale. Ma si può parlare di Scelte vista l’impostazione natale? Abbiamo realmente Scelto ad ogni bivio del nostro passato? Abbiamo avuto scelta? Abbiamo mai veramente fatto qualcosa? Abbiamo vissuto, fino ad ora, o siamo stati vissuti dalla Vita che ci ha usato per manifestarsi? Avremmo potuto fare diversamente? No, che scelta abbiamo, da addormentati, se non quella di risvegliarci? Altimenti non potremo mai Fare.

Da un po’ di tempo sto facendo caso all’atteggiamento che si crea dentro di me quando, mentre sto passando per un paese, vedo in lontananza un pedone avvicinarsi alle strisce e penso: “beh, io ho fretta, lo farà passare qualcun’altro”, ma lui/lei allunga la mano e preme il bottone del semaforo, allora in un lampo pensi se accelerare per passare prima del rosso, ma la macchina davanti a te non sfora dai 50 km/h neanche a pagarla, oppure se tirare diritto, ma passare col rosso è reato, soprattutto se questo comporta anche un omicidio. Nel frattempo le strisce sono sempre più vicine, il semaforo diventa arancione, la macchina davanti a te dà una sgasata last minute passando appena in tempo, ed ecco il rosso. Ti fermi e con tutto l’odio che hai in corpo fissi la persona che sta attraversando la strada, la quale ti guarda a sua volta, o con uno sguardo di sfida tipo “Attraversare la strada è un mio diritto! E tu ti devi fermare!!” Oppure con uno sguardo remissivo abbassando continuamente gli occhi come se pensasse: “scusa scusa scusa scusa scusa scusa scusa scusa scusa”. E dopo 30 interminabili secondi che ti sono parsi una vita perchè avevi un sacco di fretta (e ora ne hai il doppio), il semaforo ritorna verde, e riparti accelerando come un pilota di formula 1 al via.

Creado che questo sia l’esempio tipo di come una regola sostituisca un atto di cuore. Ogni pedone che prende di forza il suo diritto di attraversare la strada restringe la libertà di qualcun’altro. Pensate alla bellissima sensazizone di quando non si ha fretta, e si sceglie liberamente di far passare un pedone, semplicemente perchè vi va. Voi gli sorridete, e lui risponde con un sorriso che vale un ringraziamento, talvolta accompagnato da un gesto della mano. E così ci si porta il buon umore anche dove si sta andando. E anche il pedone lo porterà con sè, e chissà, magari aprirà la porta a chi sta uscendo del negozio in cui lui deve entrare, regalando così un altro sorriso, e nel giro di poco sono già 4 sorrisi.

REALTA’ ALTERNATIVA:

Sei ancora fermo al semaforo rosso ed il pedone si sta godendo tutto il suo diritto di attraversare la strada, mentre tu sei obbligato a rimanere fermo anche ben dopo che lui è passato, finché il semaforo non ritorna ad essere verde. Lo odi, è semplice e lampante, odio puro! perchè doveva attraversare proprio in quel momento?? Saranno anche affari suoi, ma io ho fretta!!! Se arrivo tardi prenderò un rimproverò dal capo, o mi diranno che sono il solito ritardatario, oppure un’altra opzione tra la vastissima gamma di sensi di colpa che questa splendida società ha creato per tenerci sempre ingabbiati in una fretta ansiogena. Fretta di fare che cosa? Di fare cose che ci rendono felici? Possiamo scegliere di essere felici di fare le cose che facciamo, invece. Uno scambio di parole tattico.

Il punto è che anche questa realtà (non poi così) alternativa crea anch’essa una catena. Il pedone forte del proprio diritto attraverserà la prossima strada con la stessa arroganza, o pretenderà chissà quale trattamento dal negoziante. O spingerà per essere il primo a passare dalla porta, il che innervosirà le altre persone, e così via… all’infinito.

Ogni azione è come un sasso lanciato in un stagno; produce delle onde. La domanda è: quale realtà vogliamo creare oggi? Per noi stessi e per gli altri… Perché è inevitabile: la nostra felicità è legata a quella degli altri, fintanto che ci facciamo influenzare. Provateci, in una bellissima giornata in cui siete di buon umore ad incrociare una persona negativa e non farvi contagiare. Richiede uno sforzo notevole. Ma allo stesso modo, provate a pensare in una giornata negativa di incrociare una persona positiva, e di lasciarvi contagiare di proposito. È quello che sperano tutti in una giornata così, ma non è così facile, perchè si spera sempre di essere salvati, senza fare fatica. Ma nessuno può salvare chi non vuole essere salvato. Nel momento in cui arriva questa persona cosa facciamo? Ci lasciamo contagiare dal suon buon umore o gli gettiamo addosso tutto il nostro cattivo umore? Amare, esprimere gioia, sorridere, sono azioni che costano fatica, necessitano di uno sforzo, che poi è ampiamente ricompensato. Anche lo sforzarsi a ridere aiuta. Provateci, un giorno in cui non siete di buon umore (magari in macchina, così non vi prendono per pazzi) e iniziate facendo delle risate sforzate, lasciatevi andare e ridete nei modi più stupidi che vi vengono in mente, e alla fine vedrete che riderete. È costato uno sforzo, ma ne è valsa la pena.

Ritengo che l’impulso ad aiutare il prossimo sia insito nell’essere umano, ma che crescendo ci si lasci sopraffare dalla paura, e questo impulso si sposti via via in secondo piano; se non oltre. Le prove di questo possono essere che un bambino piccolo può avere l’impulso ad aiutare anche senza che gli sia stato insegnato; e che uno dei fattori, secondo me principali, che ci bloccano nell’aiutare qualcuno è la paura di rimetterci qualcosa (in qualunque senso: soldi o altri beni materiali, dignità e considerazione, etc…)
Una questione di cui però non sento mai parlare è della maturità di questo impulso ad aiutare.
Credo che quasi tutti ci siamo portati, chi più e chi meno, una parte di questo impulso nella fase “matura” della vita, ma il modo in cui si esprime, nella maggior parte dei casi risulta essere invece mpulsivo ed immaturo.
La questione si esprime bene nella metafora del bruco che si sta trasformando in farfalla. Il momento in cui la neo-farfalla sta per uscire dal bozzolo è di fondamentale importanza poiché lo sforzo le consente in breve tempo di sviluppare la forza che sarà poi necessaria a volare. Aiutare la farfalla a uscire dal bozzolo sarebbe dunque un danno di non poco conto. Gli impedirebbe di volare per il resto della sua vita.
Ogni volta che aiutiamo qualcuno, sia che questo aiuto sia in forma di consiglio che in forma materiale, ci dovremmo chiedere se il tipo di aiuto che stiamo dando è risolutivo o un palliativo che allevia solo temporaneamente la sofferenza.
È una questione sollevata anche dall’economista africana Moyo, la quale sostiene che gli aiuti umanitari all’Africa finiscono solo per indebolirne le popolazioni creando una dipendenza dalle donazioni dell’Europa. Non è molto meglio aiutarli a rendersi autonomi? Diverse persone impegnate nel volontariato si sono accorte da tempo di questo ed hanno iniziato a muoversi in una direzione più costruttiva rispetto alla precedente, più lenitiva.
Senza andare così lontano dovremmo chiederci in quali casi noi possiamo migliorare il nostro modo di aiutare gli altri.
Sto pensando a tutte le ragazze affette da “sindrome della crocerossina”, o a chi si sente in dovere di dare un euro al poveretto per terra sul marciapiede, ripetendo tra sé e sé: a me un euro non cambia nulla. Nemmeno al “poveretto” a dire il vero. Forse cambierebbe qualcosa non darglielo. Forse se nessuno gli desse più nessuna moneta sarebbe costretto a rivoluzionare il proprio modo di sopravvivere concedendo a se stesso l’opportunità di vivere veramente invece di adagiarsi in una situazione di dipendenza.
Non sto dicendo di non fare più la carità, ovviamente, ma di pensare a quali sono le conseguenze delle nostre azioni, e quali le cause dentro di noi. Se invece di dare un euro a testa a dieci falsi poveretti che ormai hanno capito bene come ci si può mantenere facendo leva sulla pietà altrui dessimo dieci euro a una sola persona che, secondo noi, ne può fare veramente un buon uso, non sarebbe costruttivo sia per questa persona che per gli altri dieci? Nel primo caso aiutiamo la persona a risollevarsi con una cifra che può aiutare più che con un solo euro. Nel secondo aiutiamo ad estirpare la dipendenza. Ciò che sembra buono al primo impatto non è detto che lo sia anche a lungo termine.
Abbiamo una mente che ci permette di prevedere con una certa probabilità le conseguenze delle nostre azioni. Sfruttiamola perché le nostre azioni siano un aiuto veramente efficace e complessivo. Ogni nostra singola azione comporta una catena infinita di conseguenze. Aiutare non è una parola che si trasforma in azione solo quando richiesto, ma può essere sempre applicata in qualunque momento. È il principio su cui si basa anche il cosiddetto acquisto responsabile, che non si limita a soddisfare solo il proprio bisogno al momento dell’acquisto, ma portando la mente oltre il momento dell’acquisto stesso, mira a veicolare le conseguenze della nostra azione in una direzione ben precisa; una direzione che noi riteniamo importante per il benessere anche degli altri.

Il consiglio che diamo all’amico serve a farlo stare meglio in quel momento (e quindi per conseguenza diretta a far sta meglio noi solo perché non siamo abbastanza forti da vederlo soffrire)? Oppure gli tornerà utile per risolvere in modo definitivo la questione che lo abbatte?

 

Ogni volta che si dà un consiglio a qualcuno, per quanto giusto sia tale consiglio, si spinge la mente della persona (che è una particella della mente collettiva) ad uniformare le proprie idee alle nostre. Anche se queste idee fossero migliori/superiori di quelle dell’attuale mente collettiva, rimane comunque un conformismo dannoso all’evoluzione del piano mentale dell’intero pianeta. E’ molto più sano e produttivo spingere alla crescita, senza dare una direzione specifica, o una soluzione*; solo così si lascia la possibilità al soggetto in questione di evolvere spontaneamente e creare qualcosa di nuovo che noi non avevamo previsto**, e che andrà ad arricchire la Mente Collettiva del Futuro.

*questo non significa non aiutare, o evitare di parlare, ma piuttosto esprimere la propria idea in quanto parere soggettivo, aperti al dibattito e concedendoci la possibilità di ricevere una “risposta creativa” dal nostro interlocutore, la quale consentirebbe ad entrambi (e alla mente collettiva) di crescere.

**il punto è che c’è sempre il rischio di imporre la propria idea, seppur con la buona intenzione di migliorare le cose. Se riuscissimo a convincere ogni individuo del pianeta delle nostre idee, la mente collettiva non sarebbe più tale, ma sarebbe la nostra mente che domina. Una dittatura. La prova di questo sta nel fatto che esistono “molte menti”, tutte collegate tra di loro, e che ognuno può essere creativo.

Ho deciso di iniziare a condividere alcuni pensieri che normalmente ho sempre tenuto per me. Questo Blog era iniziato in quanto pecorso di crescita personale nell’Arte, e in quanto tale è arrivato il momento in cui il bisogno di rinnovare rende inevitabile un cambiamento che sia in sintonia con il punto in cui sono arrivato nella “long long road” del mio percorso personale, della mia Via. In effetti dopo essere rimasto fermo nell’inespressività per diverso tempo, devo dire che l’aver ripreso in mano questo blog è stato solo un breve momento che mi ha poi portato a scoprire che l’Arte non si manifesta più allo stesso modo attraverso di me. Proviamo quindi nuove modalità di espressione. Riporterò brevi riflessioni perchè la mia naturale attitudine è quella di essere il più possibile sintetico. Per me una breve frase, o a volte anche una sola parola, ha il valore di un simbolo, che richiama quindi tutto un insieme di concetti e di dinamiche. Non ci saranno lunghi post con digressioni, quelle le lascio a chi sa scrivere; io mi limiterò a riportare le intuizioni in cui inciampo, di tanto in tanto, lungo il cammino.

Rimane solo da dire che queste intuizioni non possono essere più perfette del canale (sempre perfettibile ed in perfezionamento) attraverso cui si manifestano.