Category: Etimo (la Verità nascosta nelle parole)


“PANPSICHISMO. – Termine filosofico, derivato dalle parole greche πᾶν “tutto” e ψυχή “anima”, e designante perciò in generale ogni concezione che consideri come animata l’intera realtà. Nella sua forma più elementare il panpsichismo coincide con l’animismo (v.), cioè con l’interpretazione, propria del pensiero dei primitivi, di ogni fenomeno naturale come provocato da una volontà consapevole, intrinseca ad ogni oggetto.” [http://www.treccani.it/…/panpsichismo_%28Enciclopedia-Ital…/]

https://www.nbcnews.com/mach/science/universe-conscious-ncna772956

Annunci
“Cos’è l’Alchimia?”

È la domanda che prima o poi ogni aspirante Alchimista deve porre a se stesso.

In effetti, sull’Alchimia sono state dette molte cose, ma nessuno dà una definizione precisa ed assoluta del termine; non la si può dare. L’Alchimia va capita con lentezza.

C’è chi fa risalire il termine alla lingua araba o persiana “Al kimya”, Pietra Filosofale o Sostanza. Oppure all’egiziano “Kemet”, la Terra Nera del Nilo, o ad altre lingue.

Una cosa è certa, sicuramente non si tratta della madre della chimica. L’Alchimia è sempre stata un mistero, perfino nel periodo d’oro, ed anche in quel periodo esistevano personaggi che, prendendo alla lettera le indicazioni dei Veri Alchimisti, mescolavano metalli creando nuove leghe. Dal lavoro di questi erranti chiamati dai loro coetanei “soffiatori di carbone”, si può presupporre sia nata l’attuale chimica, in tutte le sue ramificazioni.

“Cos’è l’Alchimia?” è una domanda che ogni Vero Alchimista si pone di tanto in tanto. “Cos’è l’Alchimia oggi, per me?”
La mia risposta fissa a questa domanda è “l’Alchimia è l’arte di trasformare Se Stessi”. E la mia risposta nello specifico varia di giorno in giorno.

Alchimia è ascoltare la tua anima come solo un bambino sa fare. Alchimia è uccidere ogni singolo giorno ogni singolo metallo-energia, ed imparare a morire prima che la morte ci colga impreparati.

Essere un Alchimista significa combattere ogni giorno come un Guerriero per la Luce. Combattere ogni giorno per realizzare la propria Leggenda Personale, prestando attenzione agli indizi che Melchizedek pone sul nostro Cammino.

“Esistono tre tipi di alchimisti” mi rispose il mio Maestro.
“Quelli che sono vaghi perché non sanno di che cosa stanno parlando, quelli che sono vaghi perché sanno di che cosa stanno parlando, ma sono anche consapevoli che il linguaggio dell’alchimia è un tipo di linguaggio rivolto al cuore, e non alla ragione.”
“E qual è il terzo tipo?” gli domandai.
“Quelli che non hanno mai sentito parlare di Alchimia, ma che sono riusciti, nel corso della loro vita, a scoprire la Pietra Filosofale.”

(tratto da L’Alchimista di Paulo Coelho).

Forse tutto quello che ho scritto può sembrare confuso e ambiguo, ma questa è la particolarità stessa dell’Alchimia, che non esclude nulla; e nemmeno l’opposto. L’Alchimia è come un testo alla cui ogni rilettura permette di scoprire una nuova sfumatura. L’Alchimia è l’imperativo che impone la lentezza nel suo studio in un mondo così frenetico. Alchimia è rifare le stesse cose migliaia di volte perché il motto dice: “Solve et Coagula”.

L’Alchimia non si impara, si scopre…

Chi usa la parola “commerciale”? La usiamo tutti. Che musica ascolti? Commerciale. Quindi non cerchi un tipo di musica in particolare, non esplori. Prendi quello che passano alla radio o in TV; quello che ti viene dato. Volevo comprare quel telefono, ma sono indeciso. Ma no, lascia stare, è troppo commerciale, prendi invece quest’altro, che ha più optional.

Cosa significa “commerciale”? Usiamo questa parola in svariati ambiti, ma ci chiediamo mai qual’è il suo significato? Quel film è una trovata commerciale. E’ stata fatta per il commercio insomma. Il cum-merx, lo scambio di merci. In poche parole è stato creato per essere venduto. Beh, è normale no? Ogni oggetto viene creato per essere venduto. E una canzone che viene creata per essere venduta? E un film? L’arte può essere fatta per essere venduta? Certo, ma era quello il suo scopo quando è stata [passatemi il termine] “inventata”? Di certo, in un film che viene fatto per essere  venduto ne verranno esaltati i lati più sensazionale, quelli su cui poi si premerà per pubblicizzare il prodotto. E questo a scapito dei dettagli; della vera qualità. Una casa che viene fatta per essere venduta protegge bene quanto una casa costruita mattone su mattone da colui che ci dovrà abitare? Dipenderà dai materiali! Beh, non solo. Lo scopo per cui agiamo, quello che muove le nostre mani, si imprime nell’atto della creazione che stiamo compiendo quando costruiamo qualcosa. Ecco perchè in molte culture coloro che praticano si costruiscono da sé i propri strumenti. Li impregnano dello scopo e dell’energia per cui li hanno creati.

Ciò che viene considerato “commerciale”, viene creato per la massa, per essere venduto, perchè chi lo crea sa già che troverà un mercato pronto ad acquistare il suo prodotto.

La vera domanda è: perchè noi siamo quel mercato?

Cos’è il Potere? Potere, prima di essere un sostantivo, è un verbo: io posso; tu puoi; egli può. Ma possiamo veramente? C’è qualcosa che possiamo veramente fare? I più grandi Maestri sono concordi nel dire di no; nell’affermare che la quasi totalità della nostra Vita è dominata dalla meccanicità. Ogni nostra azione nasce dalla necessità di uno dei nostri corpi, non dalla vera Volontà. Mangiamo perchè il nostro corpo reagisce all’impulso di sopravvivenza procurandosi del cibo. Scegliamo il cibo in base agli stimoli che vengono inviati alla nostra mente, e quando non siamo spinti da questo, lo siamo dagli stimoli del corpo che ci suggerisce di cosa ha bisogno. Intratteniamo rapporti personali perchè non siamo in grado di stare soli con noi stessi, e la nostra mente ha bisogno di scambiare impressioni e conferme con altre persone come noi. E tutto ciò che facciamo si riduce alla soddisfazione di uno stimolo del corpo fisico con i propri bisogni, del corpo mentale con i propri schemi, del corpo emotivo con i propri traumi, o del corpo sessuale con i propri impulsi. Oppure ad una combinazione di questi.

Possiamo quindi veramente scegliere? Ma soprattutto, chi siamo noi, che ci stiamo ponendo questi interrogativi? Questa domanda è fondamentale, perchè la Volontà è una facoltà, un’espressione dell’Anima.

Finchè rimaniamo identificati con parti di noi, con i nostri corpi ed i loro bisogni, anzichè con il nostro vero essere, ovvero l’Anima, non possiamo fare nulla. Soddisfiamo necessità, nient’altro. L’identificazione è sottomissione. L’unico modo che abbiamo per poter fare qualcosa è Essere. Se Sei allora Puoi. Sei connesso con la Divinità che Sei, e quindi Puoi: hai il Potere.

Rimembrare significa, letteralmente, riunire le membra.

Socrate, attraverso gli scritti di Platone ovviamente, sosteneva che la conoscenza è una parte intrinseca della nostra anima, e quindi rimembrare, nel senso di ricordare riprende il significato letterale di riunire le membra, cioè quelle parti di noi da cui siamo solo illusoriamente separati per giungere al noesis, il sapere unificato.

L’immensa differenza che c’è tra il tipico saluto orientale e quello italiano (e ormai quasi europeo): il primo significa “vedo, riconosco la divinità ch è in te”, ed il secondo “schiavo” (che poi è come dire: sono il tuo schiavo, il tuo servo).

 

Etimologia di Namastè: da Wikipedia (http://it.wikipedia.org/wiki/Namast%C3%A9)
“La parola namaste letteralmente significa “mi inchino a te”, e deriva dal sanscrito: namas (inchinarsi, salutare con reverenza) e te (a te). A questa parola è però implicitamente associata una valenza spirituale, per cui essa può forse essere tradotta in modo più completo come saluto (mi inchino a) le qualità divine che sono in te. Unita al gesto di unire le mani e chinare il capo, potrebbe essere resa con: le qualità divine che sono in me si inchinano alle qualità divine che sono in te, o anche, meno sinteticamente, unisco il mio corpo e la mente, concentrandomi sul mio potenziale divino, e mi inchino allo stesso potenziale che è in te. In sostanza, dunque, il significato ultimo del saluto è quello di riconoscere la sacralità di ognuno di noi. Oltre a essere un saluto buddhista, è anche indù, che vuol dire mi inchino alla luce del dio che c’è in te.”

Etimologia di Ciao: da Wikipedia (http://it.wikipedia.org/wiki/Ciao)
“Trae la sua origine dalla parola della lingua veneta e più specificatamente veneziana “sciavo” che ha il significato di “schiavo”,[1] derivando dal neolatino “sclavus”, che indica persone di etnia slava frequentemente usate proprio come schiavi nell’intero mondo mediterraneo, venduti spesso dalle stesse famiglie ai mercanti veneziani o arabi. Venivano “importati” nella Spagna musulmana, Egitto, Asia minore e in occidente (in quest’ultimo caso solo quelli non cattolici) passando per Venezia.
Salutare con un ciao corrisponderebbe quindi a “Servo Vostro”, formula di saluto oramai desueta (cfr. l’analogo saluto “servus”, diffuso in Austria e Baviera). Questo saluto era usato senza distinzione di classe sociale.”

Intenzione: dal lat. intenzionem, da Intentus part.pass di Intendere: tendere, volgere a un dato termine o fine.

L’intenzione è qualcosa di più del semplice “volere” qualcosa. E’ una energia che sta dietro il volere. Se la volontà è il timone della nave-uomo, l’intenzione è il vento gonfia la vela.
Mi è sempre rimasto impresso il modo di dire che “le cose di una volta erano fatte meglio”, ed è vero secondo me, perchè erano fatte per lo scopo a cui servivano. Lasciando un attimo da parte ogni discorso sull’obsolescenza programmata (almeno quella volontaria), gli oggetti, dai più semplici ai più complessi, duravano di più un tempo. Perchè questo? Io credo che si possa parlare, tra l’altro, anche del potere dell’intenzione. Le case erano fatte per proteggere dal freddo e dagli altri agenti atmosferici, mentre adesso vengono fatte per essere vendute. Che sia forse questo il motivo per cui non c’è casa nuova costruita con materiali d’avanguardia che riesca a mantenere il fresco d’estate e il caldo d’inverno come un vecchio rustico di campagna? Credo che oltre, alle piccole e grandi scelte che si possono fare nella costruzione di qualcosa, in modo consapevole e in modo inconsapevole, si imprima, in ciò che costruiamo, un intento. E così, una casa vecchia ha una migliore “tenuta termica” di una nuova, un piumone o una giacca irlandesi tengono più caldo di quelli italiani (perchè fatta per reggere i climi irlandesi), un film fatto con ispirazione (quindi con l’intento di fare un’opera ispirata, com’era sempre in antichità) trasmette qualcosa in più di uno fatto per fare il “tutto esaurito”. Dovremmo diventare più consapevoli di ciò che ci trasmette ogni singola cosa di cui è composto il mondo che ci circonda. Conoscere la storia degli oggetti ci fa capire anche con quale intento sono stati costruiti, e ci permette di distinguere ciò che percepiamo derivare da quall’oggetto.

Etichetta: sp. etiqueta. fr. etiquette. fr.ant. estiquette. dal lat. estaqua che proviene dal germanico cosa confitta, appiccicata.

L’etichetta è qualcosa che ti resta appiccicato.
Hai fatto un commento su qualcuno? Qualcuno ti giudica come invidioso e rimani così etichettato per tutta la vita. Hai avuto una fase della vita in cui non hai avuto voglia di lavorare e sei stato etichettato come un fannullone? Quell’etichetta ti rimarrà appiccicata per tutta la vita. Hai ucciso qualcuno? Per tutti rimarrai sempre un assassino.
Nella mente delle persone l’essenza della tua persona verrà riassunta con una semplice parola che riassumerà il tuo errore anzichè ciò che sei realmente.
E’ difficile scrollarsi di dosso il giudizio delle persone ancora legato ad una mentalità quasi medioevale dove si “etichettava” una persona in base ad una “particolarità” che poteva essere fisica o professionale. Una mentalità che si può riscontrare fino a non molto tempo fa, basti pensare ai nostri nonni; se non alla nostra generazione addirittura.
E pensare che tutto ciò è causato del semplice funzionamento di una normale mente razionale che tende ad inquadrare e semplificare per meglio comprendere. Nel bene e nel male.
Ma come si può pretendere di rimettere in libertà una persona che ha ucciso, sebbene pentita, se questa non potrà mai nemmeno avere una parvenza di vita normale se quell’etichetta non è su di lui, ma negli occhi di chi lo guarda? Lo stesso vale per il miglioramento personale che comporta quindi il superamento di un qualsiasi difetto come può essere l’invidia o l’ingordigia, o quant’altro.
Questo è il vero “giudizio” che intendono tutti gli insegnamenti del mondo quando dicono: “non giudicare”. Quello che intendono, in realtà, è non condannare.
La parola “giudizio” viene spesso fraintesa perchè di significato ambiguo. Si dice dare un “giudizio”, per dare un opinione, ma anche per qualcosa di più sgradito. Ed ecco la confusione.

Si possono smembrare i significati del termine giudizio, usando dei sinonimi più specifici, per smettere di usarlo, dicendo: dare un’opinione quando è un “giudizio” neutro. Una constatazione oggettiva. Oppure condannare, quando il “giudizio” è irrimediabilmente positivo o negativo perchè si condanna quella persona ad essere qualcosa che non è.

Innocenza: da “in”: non; e “nocere”: nuocere. Che non nuoce.

L’innocenza è in effetti la virtù dei bambini per antonomasia; coloro che non sono in grado di nuocere.
Poi crescendo, e dovendosi difendere dalle minacce dell’ambiente che ci circonda si sviluppa una naturale aggressività.
Ma è ancora possibile coltivare “l’innocenza”? Beh, penso di sì. Penso che proprio in quest’epoca, e per l’epoca a cui stiamo andando incontro coltivare l’innocenza anche da adulti non sia solo possibile, ma anche qualcosa di costruttivo, quasi necessario. Siamo arrivati ad un punto in cui non abbiamo più nulla da temere. Potremmo scegliere 1 mq qualsiasi della terra che calpestiamo su cui dormire senza alcuna protezione, e al 99% non avremmo nulla da temere. Non c’è più il pericolo, se non in pochi casi, di venire sbranati da leoni, lupi, orsi o altri animali selvatici. L’uomo ha dominato la natura, seppur con la violenza, ma si è creato una “terra sicura” dove il rischio di essere sopraffatti dalla natura stessa è ben delimitato in specifiche aree. E quindi? Perchè non riusciamo a coltivare l’innocenza? Che cosa ci spinge a sviluppare l’aggressività come arma di difesa?
Basta guardare contro chi usiamo quest’arma per trovare la risposta: i nostri simili. In nessuna specie animale un essere attacca un altro, se non per motivi di sopravvivenza od altri istinti, ma non di certo per la paura di essere sopraffatto che porta a sopraffare a sua volta! E invece l’uomo combatte contro il suo simile invece di collaborare come farebbe qualsiasi branco.(Ecco perchè la scimmia ride! Perchè ha capito che abbiamo sbagliato noi ad “evolverci”! XD)
Il mondo che io sogno è abitato da una società che lavora per se stessa e non per il proprio ego. Una società che lavora per la collettiva sopravvivenza (e così facendo, al punto a cui siamo arrivati, avremmo bisogno di lavorare ben poco per garantirci la sopravvivenza). Una popolazione di persone che ripettano il prossimo, dove puoi scegliere di lasciare tutto disponibile a tutti e nulla verrebbe rovinato perchè siamo tutti assieme, perchè tutto è di tutti. Un mondo dove la collaborazione è sinonimo di riuscita; di vittoria senza la guerra. Quella guerra che è solo contro noi stessi.
E ciò che ci impedisce di realizzare tutto questo è la paura. Non un dato di fatto, ma la paura di qualcosa. Sottometto l’altra persona perchè altrimenti lei sottometterebbe me. E se non fosse così? E se questa non fosse stata la sua intenzione?  “figuriamoci, sono tutti così” ti senti dire; ma forse vediamo troppo di noi stessi negli altri. Dovremmo domandarci se effettivamente, visto che noi saremmo i primi a sottomettere il prossimo, non dovremmo essere noi ad essere messi sotto controllo, perche ci lasciamo dominare dalla paura. Tutto questo a causa di una supposta minaccia.

Paura: pavùra dal lat. Pavorem. Formato su PAT-VEO: io temo.

ingiustizia: mancanza di giustizia
giustizia: ciò che è giusto, come deve essere. Potremmo dire ciò che è in Equilibrio con il resto; con il tutto.

Quindi l’ingiustizia è una mancanza di equilibrio; o la percezione di questo.

La percezione dell’ingiustizia soffoca la saggezza e risveglia la rabbia sopprimendo l’obbiettività.
Ma è una sensazione data dall’ignoranza perchè ogni evoluzione si attua con la perdita dell’equilibrio in una nuova direzione ed il ritrovo dello stesso in una posizione diversa.

Ed alla luce di questo non può esistere l’ingiustizia come sopra descritta perchè la vita è un continuo tentativo di evoluzione.

E probabilmente la rabbia che si genera dalla sensazione dell’ingiustizia viene dal senso d’impotenza di fronte al tutto, perchè il quel momento ci si sente separati dal tutto del quale non si accetta il cambiamento, e lo si percepisce come una ingiustizia.

soggezione: s. f. ‘condizione di chi è soggetto’ (1354, I. Passavanti), ‘riguardo timoroso, rispetto misto ad imbarazzo e timore che si prova nel trovarsi in ambienti nuovi, o al cospetto di persone importanti’ (1574, S. Guazzo).

Lat. subiectu(m), part. pass. di subicere ‘sottoporre’ (comp. di sub- ‘so-’ e iacere ‘gettare’, d’orig. indeur.), nel lat. tardo sostantivato, coi der. subiectivu(m) (lat. tardo) e subiectione(m) ‘il porre sotto, il sottoporre’.

 

Perché dobbiamo sentirci inferiori? Per quale assurdo motivo?  Che cosa ci spinge a non sentirci all’altezza della perona cha abbiamo di fronte, genitore, capo, superiore o chicchessia?

Forse non diamo veramente importanza a ciò che crediamo importante, ma più a ciò che gli altri credono importante. O forse ci hanno semplicemente insegnato a comportarci così. Chissà.. Sicuramente però una pulizia è necessaria…

Personalità: s. f.  ‘insieme dei tratti del temperamento e delle qualità d’un individuo’ dal lat. persona(m) (dall’etrusco phersu ‘maschera’)

 

La personalità è una maschera che usiamo per rapportarci con gli altri. Ma spesso questa maschera cresce soffocando il nostro essere, ciò che di spontaneo esce da noi. La personalità non va quindi soppressa, ma solamente ridimensionata per poterla utilizzare al meglio nei rapporti con gli altri.

dal lat. determinare (comp. di de- e terminare ‘porre dei termini, dei confini’).

 

Determinazione –> determinare –> dare una ‘forma’ –> definire (creare) la realtà.

Ecco perchè chi è determinato, solitamente, riesce. :)

crisi

dal latino crisi(m), dal gr. krísis ‘separazione, scelta, giudizio’, der. di krínein ‘giudicare’ (d’orig. indeur.).

le crisi sono punizioni oppure occasioni di crescita? Dipende sempre dalla visione che abbiamo del mondo.

da suggestus, part. pass. di suggerere ‘suggerire’.

 

Che cosa verrà suggerito al nostro subconscio mentre noi, presi da ciò che ci suggestiona, siamo incoscenti (non nel momento presente)?

latino tardo: spontaneus, formato su sponte: di volontà,  ‘volontariamente’, ablativo dell’inusato spon-s (=sponts) volontà, impulso. Dalla radice spa (=span) che ha il senso di stendersi, muovere verso.

Spontaneità significa azione che viene dall’anima. Senza influenze esteriori. Solo l’anima possiede la vera Volontà, tutto il resto è automatismo della macchina umana.

 

dal latino: fatu(m); da fari ‘pronunziare, parlare’, d’orig. indeuropea.

Chi avrà pronunziato il nostro fato? La parola è vibrazione che diventa realtà. Noi creiamo il nostro destino/fato.