Archive for giugno, 2012


Ritengo che l’impulso ad aiutare il prossimo sia insito nell’essere umano, ma che crescendo ci si lasci sopraffare dalla paura, e questo impulso si sposti via via in secondo piano; se non oltre. Le prove di questo possono essere che un bambino piccolo può avere l’impulso ad aiutare anche senza che gli sia stato insegnato; e che uno dei fattori, secondo me principali, che ci bloccano nell’aiutare qualcuno è la paura di rimetterci qualcosa (in qualunque senso: soldi o altri beni materiali, dignità e considerazione, etc…)
Una questione di cui però non sento mai parlare è della maturità di questo impulso ad aiutare.
Credo che quasi tutti ci siamo portati, chi più e chi meno, una parte di questo impulso nella fase “matura” della vita, ma il modo in cui si esprime, nella maggior parte dei casi risulta essere invece mpulsivo ed immaturo.
La questione si esprime bene nella metafora del bruco che si sta trasformando in farfalla. Il momento in cui la neo-farfalla sta per uscire dal bozzolo è di fondamentale importanza poiché lo sforzo le consente in breve tempo di sviluppare la forza che sarà poi necessaria a volare. Aiutare la farfalla a uscire dal bozzolo sarebbe dunque un danno di non poco conto. Gli impedirebbe di volare per il resto della sua vita.
Ogni volta che aiutiamo qualcuno, sia che questo aiuto sia in forma di consiglio che in forma materiale, ci dovremmo chiedere se il tipo di aiuto che stiamo dando è risolutivo o un palliativo che allevia solo temporaneamente la sofferenza.
È una questione sollevata anche dall’economista africana Moyo, la quale sostiene che gli aiuti umanitari all’Africa finiscono solo per indebolirne le popolazioni creando una dipendenza dalle donazioni dell’Europa. Non è molto meglio aiutarli a rendersi autonomi? Diverse persone impegnate nel volontariato si sono accorte da tempo di questo ed hanno iniziato a muoversi in una direzione più costruttiva rispetto alla precedente, più lenitiva.
Senza andare così lontano dovremmo chiederci in quali casi noi possiamo migliorare il nostro modo di aiutare gli altri.
Sto pensando a tutte le ragazze affette da “sindrome della crocerossina”, o a chi si sente in dovere di dare un euro al poveretto per terra sul marciapiede, ripetendo tra sé e sé: a me un euro non cambia nulla. Nemmeno al “poveretto” a dire il vero. Forse cambierebbe qualcosa non darglielo. Forse se nessuno gli desse più nessuna moneta sarebbe costretto a rivoluzionare il proprio modo di sopravvivere concedendo a se stesso l’opportunità di vivere veramente invece di adagiarsi in una situazione di dipendenza.
Non sto dicendo di non fare più la carità, ovviamente, ma di pensare a quali sono le conseguenze delle nostre azioni, e quali le cause dentro di noi. Se invece di dare un euro a testa a dieci falsi poveretti che ormai hanno capito bene come ci si può mantenere facendo leva sulla pietà altrui dessimo dieci euro a una sola persona che, secondo noi, ne può fare veramente un buon uso, non sarebbe costruttivo sia per questa persona che per gli altri dieci? Nel primo caso aiutiamo la persona a risollevarsi con una cifra che può aiutare più che con un solo euro. Nel secondo aiutiamo ad estirpare la dipendenza. Ciò che sembra buono al primo impatto non è detto che lo sia anche a lungo termine.
Abbiamo una mente che ci permette di prevedere con una certa probabilità le conseguenze delle nostre azioni. Sfruttiamola perché le nostre azioni siano un aiuto veramente efficace e complessivo. Ogni nostra singola azione comporta una catena infinita di conseguenze. Aiutare non è una parola che si trasforma in azione solo quando richiesto, ma può essere sempre applicata in qualunque momento. È il principio su cui si basa anche il cosiddetto acquisto responsabile, che non si limita a soddisfare solo il proprio bisogno al momento dell’acquisto, ma portando la mente oltre il momento dell’acquisto stesso, mira a veicolare le conseguenze della nostra azione in una direzione ben precisa; una direzione che noi riteniamo importante per il benessere anche degli altri.

Il consiglio che diamo all’amico serve a farlo stare meglio in quel momento (e quindi per conseguenza diretta a far sta meglio noi solo perché non siamo abbastanza forti da vederlo soffrire)? Oppure gli tornerà utile per risolvere in modo definitivo la questione che lo abbatte?

 

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Ogni volta che si dà un consiglio a qualcuno, per quanto giusto sia tale consiglio, si spinge la mente della persona (che è una particella della mente collettiva) ad uniformare le proprie idee alle nostre. Anche se queste idee fossero migliori/superiori di quelle dell’attuale mente collettiva, rimane comunque un conformismo dannoso all’evoluzione del piano mentale dell’intero pianeta. E’ molto più sano e produttivo spingere alla crescita, senza dare una direzione specifica, o una soluzione*; solo così si lascia la possibilità al soggetto in questione di evolvere spontaneamente e creare qualcosa di nuovo che noi non avevamo previsto**, e che andrà ad arricchire la Mente Collettiva del Futuro.

*questo non significa non aiutare, o evitare di parlare, ma piuttosto esprimere la propria idea in quanto parere soggettivo, aperti al dibattito e concedendoci la possibilità di ricevere una “risposta creativa” dal nostro interlocutore, la quale consentirebbe ad entrambi (e alla mente collettiva) di crescere.

**il punto è che c’è sempre il rischio di imporre la propria idea, seppur con la buona intenzione di migliorare le cose. Se riuscissimo a convincere ogni individuo del pianeta delle nostre idee, la mente collettiva non sarebbe più tale, ma sarebbe la nostra mente che domina. Una dittatura. La prova di questo sta nel fatto che esistono “molte menti”, tutte collegate tra di loro, e che ognuno può essere creativo.

Ho deciso di iniziare a condividere alcuni pensieri che normalmente ho sempre tenuto per me. Questo Blog era iniziato in quanto pecorso di crescita personale nell’Arte, e in quanto tale è arrivato il momento in cui il bisogno di rinnovare rende inevitabile un cambiamento che sia in sintonia con il punto in cui sono arrivato nella “long long road” del mio percorso personale, della mia Via. In effetti dopo essere rimasto fermo nell’inespressività per diverso tempo, devo dire che l’aver ripreso in mano questo blog è stato solo un breve momento che mi ha poi portato a scoprire che l’Arte non si manifesta più allo stesso modo attraverso di me. Proviamo quindi nuove modalità di espressione. Riporterò brevi riflessioni perchè la mia naturale attitudine è quella di essere il più possibile sintetico. Per me una breve frase, o a volte anche una sola parola, ha il valore di un simbolo, che richiama quindi tutto un insieme di concetti e di dinamiche. Non ci saranno lunghi post con digressioni, quelle le lascio a chi sa scrivere; io mi limiterò a riportare le intuizioni in cui inciampo, di tanto in tanto, lungo il cammino.

Rimane solo da dire che queste intuizioni non possono essere più perfette del canale (sempre perfettibile ed in perfezionamento) attraverso cui si manifestano.

Questa macchina biologica
Respirata dall’universo
Con ingranaggi planetari
Incastrata
come la tessera di un puzzle
tra tutte le altre
che cerca la Verità
Cerca la Libertà

Meditate gente, meditate… [update].

“Cos’è l’Alchimia?”

È la domanda che prima o poi ogni aspirante Alchimista deve porre a se stesso.

In effetti, sull’Alchimia sono state dette molte cose, ma nessuno dà una definizione precisa ed assoluta del termine; non la si può dare. L’Alchimia va capita con lentezza.

C’è chi fa risalire il termine alla lingua araba o persiana “Al kimya”, Pietra Filosofale o Sostanza. Oppure all’egiziano “Kemet”, la Terra Nera del Nilo, o ad altre lingue.

Una cosa è certa, sicuramente non si tratta della madre della chimica. L’Alchimia è sempre stata un mistero, perfino nel periodo d’oro, ed anche in quel periodo esistevano personaggi che, prendendo alla lettera le indicazioni dei Veri Alchimisti, mescolavano metalli creando nuove leghe. Dal lavoro di questi erranti chiamati dai loro coetanei “soffiatori di carbone”, si può presupporre sia nata l’attuale chimica, in tutte le sue ramificazioni.

“Cos’è l’Alchimia?” è una domanda che ogni Vero Alchimista si pone di tanto in tanto. “Cos’è l’Alchimia oggi, per me?”
La mia risposta fissa a questa domanda è “l’Alchimia è l’arte di trasformare Se Stessi”. E la mia risposta nello specifico varia di giorno in giorno.

Alchimia è ascoltare la tua anima come solo un bambino sa fare. Alchimia è uccidere ogni singolo giorno ogni singolo metallo-energia, ed imparare a morire prima che la morte ci colga impreparati.

Essere un Alchimista significa combattere ogni giorno come un Guerriero per la Luce. Combattere ogni giorno per realizzare la propria Leggenda Personale, prestando attenzione agli indizi che Melchizedek pone sul nostro Cammino.

“Esistono tre tipi di alchimisti” mi rispose il mio Maestro.
“Quelli che sono vaghi perché non sanno di che cosa stanno parlando, quelli che sono vaghi perché sanno di che cosa stanno parlando, ma sono anche consapevoli che il linguaggio dell’alchimia è un tipo di linguaggio rivolto al cuore, e non alla ragione.”
“E qual è il terzo tipo?” gli domandai.
“Quelli che non hanno mai sentito parlare di Alchimia, ma che sono riusciti, nel corso della loro vita, a scoprire la Pietra Filosofale.” 

(tratto da L’Alchimista di Paulo Coelho).

Forse tutto quello che ho scritto può sembrare confuso e ambiguo, ma questa è la particolarità stessa dell’Alchimia, che non esclude nulla; e nemmeno l’opposto. L’Alchimia è come un testo alla cui ogni rilettura permette di scoprire una nuova sfumatura. L’Alchimia è l’imperativo che impone la lentezza nel suo studio in un mondo così frenetico. Alchimia è rifare le stesse cose migliaia di volte perché il motto dice: “Solve et Coagula”.

L’Alchimia non si impara, si scopre…

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